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Questa è la favola del poco e del tutto. Il Vicenza è il tutto, lui ha uno stadio grande dal nome che evoca grandi ricordi come “il Paolo Rossi”. Lui ha 5.000 spettatori anche se in fondo alla classifica di Prima Divisione. Lui ha un sindaco che alle soglie del fallimento è andato dagli imprenditori della città e gli ha fatto “alzare il culo dalla sedia”mandandoli in banca a compilare un bonifico pro Vicenza. Lui ha una punta che si chiama Tiribocchi, il “Tir”che ha asfaltato più di una difesa di serie A. La Pro Patria è il niente, uno stadio che è quel che è, pochi spettatori e sempre quelli, degli imprenditori che hanno cancellato via Cà Bianca dal loro navigatore satellitare installato sui lussuosi Suv diretti verso mari e monti nei week end. Gente che ama le Pro Loco piuttosto che la Pro Patria.
Ieri, il poco ha incontrato il tutto e sembrava dovesse essere come una zattera che cozza contro una portaerei. Ma, come avviene in molte favole, si è avverato il riscatto orgoglioso del presunto debole che ha messo alle corde l’avversario. Il “Menti”si è rivelato grande solo nell’amplificare la contestazione dei supporter locali che sono riusciti nell’impresa di battere il record stabilito dagli anonimi nostrani. Non quattro fischi, ma bordate di offese. Il Tir è andato subito fuori strada sbandando con tutto il resto della squadra. Il presunto poco ha iniziato a dimostrare il proprio valore, un poco che solo i numeri lo certificavano in virtù di tante belle favole terminate con il finale amaro. Questa volta il principe si è destato e ha usato finalmente quella bacchetta magica persa negli spogliatoi del Brianteo e ha pennellato un finale da favola.
Il poco ha dimostrato di essere qualcosa di bello, qualcosa d’importante, qualcosa che sta nascendo e germogliando, mancherebbe solo il seme di una varietà che è assente nel giardino di mister Colombo che sembra essere un trapano perfetto senza le punte.
La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Qui occorrebbe il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, in campo i ragazzi si sono attrezzati per fare i miracoli, fuori c’è ancora carestia. Questo è il vero attacco che manca.
La favola meritava un diverso epilogo, un’eccezione che non confermasse la regola che qui non si sappiano festeggiare i giorni importanti. C’è una promozione annegata, una coppa poco mostrata, ora una domenica dimenticata.
Non va bene!
Questione di tempi. Sarebbe bastato attendere qualche ora per concedere la passerella a chi finora ha conosciuto solo il Calvario per ricevere i giusti complimenti. Suvvia se lo meritava.
Quel post “da cellulare”frettolosamente inviato poteva essere salvato nelle bozze e mandato al casello successivo senza distruggere la favole del poco che diventa molto.
Un silenzio stampa apparso così urgente quanto inutile da diventare addirittura vittima di se stesso visto che in prima battuta non è stato nemmeno motivato. Solo nella serata ha avuto una sua identità, anche se non precisa visto che nemmeno i decriptatori più famosi di Google sono riusciti a darne un’interpretazione univoca al testo border line tra l’ironia e il risentimento.
Dapprima si pensava che fosse scappata qualche parola di troppo sugli spalti, ora, a mente fredda, il senso sembra essere un altro e il linguaggio della comunicazione utilizzato fa rima con il passato e sembra voler riaprire ferite forse mai cicatrizzate. Se fosse un post di Facebook cliccheremmo sul “non ci piace”. I ragazzi sono stati applauditi dopo ogni sconfitta, l’analisi è sempre stata rigorosamente tecnica, il sostegno a largo raggio e gli anonimi disinnescati. Se ci fossero altri problemi ci si può sedere al tavolo e discuterne a viso a viso, con pazienza e intelligenza trovando una soluzione.
Quel silenzio dopo la favola a lieto fine ha spiazzato e disorientato quei pochi ma grandi tifosi che, come dice quel mio amico che lavora in banca e che sa far di conto, ha comportato un grossissimo sacrificio economico. Il punto sul campo che vale una vittoria è stata la ricompensa migliore, ma se prima del silenzio ci fosse stato il grazie societario per qui temerari, la favola sarebbe stata perfetta. D’altra parte, se il patron è rimasto per quei quattro vecchietti, qualcosa gliene importerà e con un grazie questi vivono altri cento anni!
Con questo non vogliamo dire cosa sia giusto e cosa no, anche perché certamente ci sfugge qualcosa e l’analisi è monca, ma crediamo che giornate come quelle di ieri non debbano essere rovinate da decisioni che lasciano l’amaro in bocca. Meglio il silenzio dopo la tempesta piuttosto che la tempesta dopo il silenzio, e, potendo scegliere, è sempre meglio far piovere il giorno seguente a quello dove il sole biancoblù è brillato sul Menti di Vicenza e dimostrato a tutti che qui non ci sono tir, grandi stadi o tifosi numerosi, ma tanta passione sugli spalti e competenza dietro le scrivanie. Peccato che spesso le due realtà sembrano combattersi in un derby interno senza vincitori né vinti e questo non fa bene a nessuno. Dopo il silenzio assente delle domeniche scorse, avremmo preferito un silenzio assenso verso una piazza che avrà pure i suoi peccati ma che crediamo abbia espiato la pena o perlomeno abbia dato segni di maturità per trovare un equilibrio utile alla causa.
Dopo le sconfitte incassate con il sorriso sulle labbra, ieri poteva essere il giorno della gioia sia in campo, sia fuori, così è stato solo in parte, ci si chiede se fosse così necessario e urgente ricorrere a questa decisione che ha destabilizzato un giorno da favola.

Flavio Vergani

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