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Cercare nella formazione i motivi della deblace di ieri è esercizio divertente e di competenza del tifoso (oltre che dell’allenatore), ma a nostro avviso è del tutto sterile.

La rosa della Pro Patria di quest’anno non comprende giocatori che da soli possono far vincere una gara, la differenza la fa il collettivo.

Questo non lo diciamo noi, lo dice la realtà, fino a prima della gara con la Carrarese la Pro Patria aveva sempre offerto un rendimento positivo anche nelle sconfitte. Ieri non si è perso, ma non si è vinto e questo cambia radicalmente lo scenario perché per la seconda volta la squadra ha rinnegato le proprie qualità perdendo la sua geneticità che la identifica come una squadra non inferiore a nessuno ammesso che venga rispettata una condizionefondamentale: la mutualità tra i suoi componenti.

Mister Colombo ha detto a fine gara: “E’ dalla gara con la Carrarese che siamo diventati discontinui "citando le gare con il Lumezzane, l’Entella, la Feralpi Salò e il Pavia quali esempi di gare giocate a ritmo alternato.

Una considerazione corretta, anche se a nostro avviso il difetto ha origini lontane. Questa squadra, o parte di essa, è discontinua dallo scorso anno. Dopo aver guadagnato il primato in classifica con prestazioni entusiasmanti,  a Monza si spense la luce e assistemmo a un girone di ritorno da brividi. Tutti dissero la loro sui motivi di tale black out, ma forse il motivo di allora è il medesimo di adesso.

Questa squadra non può permettersi il lusso di alzare il piede dall’accelleratore in quanto non dispone di quei valori aggiunti qualitativi che permettono di vivere di rendita, amministrare le partite, gestire le risorse psicofisiche.

Occorre che tutti, dicasi tutti, durante la settimana e durante la partita tirino il carro con la stessa forza fino al traguardo finale. Pensare che qualcuno lo possa fare solo fino a metà strada pensando che poi sarà la discesa ad aiutare chi sta tirando è pura utopia. Se la squadra arretra e il centrocampo non tiene, a parte gli interpreti più o meno adattati al ruolo, significa che gli equilibri si sono rotti. Con l’Entella ricordiamo ripiegamenti delle punte fino al novantesimo (vedi ammonizione di Serafini all’ultimo minuto per fallo in sede di contrasto a centrocampo), mentre ieri non abbiamo notato identica abnegazione. Logico che poi la diga si rompe e arriva l’alluvione.

Capiamo perfettamente chi per dono di natura è nato per fare il solista e l’artista e mal si adatta a portare la croce, occorre però rendersi conto che forse non è questa la squadra giusta per potersi permettere una vita da superstar, qui si offrono solo vite da mediani che piaccia o no. Logico poi che chi tira il carro dapprima si stanchi a livello fisico e poi si "scoglioni" a livello psicologico ed è facile che affiorino le tensioni e le crepe relazionali che non aiutano il team building.

Mister Colombo ha dichiarato che ha dovuto adattare un giocatore al ruolo di Calzi perché il sostituto naturale non ha convinto in settimana. Affermazione grave che getta una pesante ombra sull’impegno settimanale di qualcuno e speriamo sia l’unico, anche se temiamo smentite. E questo è doppiamente grave e irrispettoso verso una società modello che paga regolarmente gli stipendi che a nostro avviso meriterebbe ben altra riconoscenza da parte di tutti. Soprattutto dai più pagati. O forse il patron oltre che arrabbiarsi con la città e le istituzioni deve iniziare a farlo con i giocatori? Non che non lo faccia, questo lo sappiamo, ma forse è il momento delle scelte, gennaio è dietro l'angolo e il messaggio che verrà dato importante.

Le partite con la Carrarese e il Pavia non possono essere spiegate partendo dalle scelte tattiche dell’allenatore, ma solo da quello che è successo in campo e occorre capire se questo gruppo ha la giusta empatia con il proprio allenatore e se tutti i componenti hanno le giuste motivazioni per giocare in questa piazza. Per alcuni non ci sembra sia così e non vorremmo che si ripeta quanto accaduto lo scorso campionato nel quale i valori tecnici furono azzerrati da predominanze di tutt’altra natura.

Nessuno è obbligato a rimanere a Busto, ma chi deciderà di rimanerci ha un obbligo imprescindibile: impegnarsi e correre forte. Punto

Flavio Vergani

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