Header


Sono le 17 di un giorno feriale. E’un mercoledì lavorativo. Al Palayamamay è prevista un’amichevole tra le locali della Unendo Yamamay e l’Ornavasso volley. Parliamo di volley femminile. Sono presenti più di 500 spettatori. Sabato sera si giocherà sul serio, con la capolista Piacenza e si prevedono 4.500 spettatori.

Cinquecento spettatori sono quelli che mette insieme la Pro Patria in un giorno festivo, se non fa troppo freddo e non ci sono i mercatini di Natale in zona, nonostante si parli di calcio.

 Quattromilaecinquecento invece è il sogno della Pro Patria raggiunto solo con il Milan. E quel giorno i quattromilacinquecento sono stati delusi sia prima( partita sospesa), sia dopo(mancato rimborso).

Domanda: chi sono i 500 bustocchi che affollano gli allenamenti delle farfalle e chi sono i 4500 che sabato, nonostante la diretta tv, affolleranno il Palayama?

Una cosa è certa, sempre bustocchi sono, con i propri difetti e i propri pregi, per cui è lecito approfondire l’argomento e la riflessione diventa spontanea abbracciando temi diversi, ma tutti con un comune denominatore.

Lo sport dei grandi numeri non vende passione, ma vende un prodotto, vende un servizio, vende una tendenza. Tutto il resto, ossia che il volley lo si vede al caldo mentre il calcio no, che è meglio vedere le gambe delle ragazze che quelle degli uomini sono giustificazioni che fanno rima con la storia della volpe e l’uva.

Lo sviluppo di un brand perfetto, partito dal nulla, costruito dapprima con un’abile politica di reclutamento nuovi tifosi con azioni nelle scuole, nelle società sportive, sul territorio trascinate a costo zero sugli anelli della bomboniera bustocca. Poi le vittorie a raffica capitalizzate con abili azioni di marketing comunicativo. Staff con le persone giuste al posto giusto, gente che vive di comunicazione declinandone le strategiche guidelines a favore della “equity” del brand nascente.

Palazzetto dello sport diventato “Palayamamay”, ossia brandizzazione della casa delle farfalle con forte identificazione del main sponsor con la squadra locale che di nome, ricordiamo, fa Futura Volley, ma che tutti chiamano “Yama”.

Un crogiuolo commerciale alimentato da una serie di sponsor importanti reclutati non con passaparola alimentato dalle conoscenze o tramite improvvisate ed occasionali azioni di visite door to door, ma affidato a team specializzati in grado di rendere sinergiche le azioni di sviluppo relazionale.

Un lavoro pianificato sul campo e fuori che ha prodotto si una moda che per molti è destinata a terminare nel breve, ma che ha generato vittorie sul campo e fuori. Un modello che ha riscattato proprio quei bustocchi latenti che si attendono alle 14,30 allo Speroni senza riscontro, ma che si trovano tutti puntualmente alle 18 in viale Gabardi.

Una realtà che cozza contro il luogo comune che circola negli ambienti baincoblù e che mostra e dimostra che esiste una potenzialità inespressa anche nel calcio. Apre una speranza a chi vorrà guardare alla Pro Patria ispirandosi al modello Yamamay, proponendo ai bustocchi calciofili qualcosa di altrettanto stimolante.

Abbiamo il dovere di pensare, dire e convincere i più scettici che questo modello è applicabile alla Pro Patria soprattutto adesso che per l’ennesima volta in via Cà Bianca è apparso il cartello “vendesi”.

Occorre trasmettere proattività verso l’esterno per affascinare i possibili compratori e dare loro una speranza. Oggi i numeri che caratterizzano la Pro Patria sono deludenti: abbonati, spettatori,sponsor e risultati sfiorano lo zero, i costi alti, anzi altissimi e dissanguano la proprietà. Un quadro del genere è chiaramente demotivante per tutti, per chi vuole andarsene e per chi potrebbe avere l’idea di arrivare. Occorre però specchiarsi nelle realtà positive e capire cosa manca alla Pro rispetto a loro. Certamente in via Cà Bianca lo sviluppo del progetto tecnico che ha portato alle  vittorie sul campo non ha avuto un proporzionale sviluppo strutturale. Si pensi alla mancanza di figure manageriali preposte alla comunicazione, al merchandising, ancora delegato a figure volonterose ma del tutto inadatte al ruolo, alla mancanza di “point” ubicati in zone ad ampia visibilità, alla mancanza di targetizzazioni sull’offerta di servizi a valore aggiunto per clientela alto spendente (area vip, posteggi riservati, promo-hostess, volantinaggio sponsorizzato, sampling prima dei match, abbonamenti sostenitore con privilegi particolari).

Azioni che necessitano di uno staff diversamente formato e gestito da professionisti del settore in grado di portare revenue alla società, affinchè il tutto non sia visto come solamente come un costo. Certamente occorre uno sforzo importante, ma crediamo che il benchmark Yamamay possa e debba insegnare qualcosa. Inutile illudersi di sviluppare un progetto importante senza pensare di affascinare la città intesa nelle sue componenti generali con eccellenze solo basate sulla performance sportiva. Non è più consentito puntare sullo sponsor interessato al cartellone allo stadio o al nome sulla maglia. Troppo ridotto è l’auditorio, troppo bassa è la visibilità del calcio di Lega Pro per affascinare potenziali investitori con queste proposte. Chi paga un cartellone pubblicitario sa perfettamente che sta spendendo soldi e non investendo soldi. Lo fa solo per passione, per stare vicino in modo tangibile alla squadra che ama, ma si rischia di perdere i potenziali “business maker”le cui logiche di profitto si coniugano solo con il rapporto investimento/profitto.

Per molti discorsi del genere sono solo teorie, per altri filosofia, per altri ancora aria fritta, ma di fronte alla realtà che parla crediamo sia giusto almeno riflettere a tale riguardo.

Se Busto diserta lo stadio ed è sorda al richiamo del patron ormai da tre stagioni, mentre a qualche centinaio di metri di distanza si riempono i palazzetti, persino nei giorni feriali, un motivo ci dovrà pur essere. L’equazione ha senza dubbio molte variabili ma una compenente fissa: i bustocchi sono i bustocchi e questi non li cambia nemmeno il Padre eterno, per cui sono le altre variabili in discussione. Si faccia esercizio in tale ambito e si analizzino le singole componenti e forse ci si renderà conto che dall’altra parte hanno fatto scelte diverse che alla fine hanno pagato. Poi, tutto finisce, questo è ovvio, non ci sono modelli eterni e nemmeno perfetti, ma almeno si prenda spunto per trovare ottimismo e proattività. Diversamente si rischia di rimanere prigionieri del “era meglio prima”, del “meglio così che peggio”, del “tanto chi vuoi che le prenda una squadra con 400 abbonati”. Dall’altra parte sono migliaia gli abbonati, sempre bustocchi e sempre rapiti dalla crisi economica che fanno la differenza, e che differenza.

Se quello fatto dall’altra parte nulla c’entra con quanto qui ipotizzato, chiediamo di spiegarci quali sono le differenze e dove stanno i motivi che qualificano il progetto.


Flavio Vergani

0 commenti: