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Ormai è chiaro, a questa squadra mancano due elementi: una punta e un mental coach.
Giocare alla pari con Cremonese, Entella e Pro Vercelli e perdere malamente con Carrarese e Pavia rilancia il discorso delle motivazioni psicologiche, mettendo da parte ogni altra analisi tecnica.
Motivazioni che sono il segreto del successo in tutti i campi della vita. Non tutti però nascono con l’ambizione scolpita nel proprio dna e per taluni occorre la scossa. Scossa che generalmente si origina dall’ambizione dell’ambiente lavorativo nel quale si vive, quasi sempre alimentati da sfidanti obiettivi economici da raggiungere. Scossa procurata dalla presenza di figure carismatiche ad alto impatto sul gruppo, oppure a comunicatori di professione in grado di inventarsi grandi sfide, generare energia motivazionale, agire sulla psiche trasformando il normale in eccezionale e la negatività in proattività.
Questi elementi garantiscono l’alta motivazione quotidiana che produce quell’aria elettrica propria delle realtà rese dinamiche anche da accorgimenti artificiali.
Processi facilitati dalle presenze di figure ad alto profilo di leadership, trascinatori dentro e fuori lo spogliatoio, guide in grado di tracciare la direzione e stimolare lo spirito di emulazione dei più timidi o  solamente di chi ha necessità di ispirarsi ad un punto di riferimento per liberarsi da qualche insicurezza di troppo.
Un processo di motivazione mentale che fa la differenza soprattutto nei momenti critici di una stagione, quando servono “le palle”per vincere lo scoramento e innescare processi di automotivazione, autostima, consolidamento delle proprie certezze.
Discorso che perde di valore quando manca la qualità, non si fanno nozze con i fichi secchi questo è ovvio, ma la Pro Patria di quest’ anno, seppur con le sue croniche mancanze in fase offensiva, ha dimostrato di valere le avversarie più forti, crollando miseramente nel confronto con chi la appaia in classifica o le sta dietro. La diagnosi è quindi chiara, la squadra soffre di mancanza di stimoli, di certezze, o forse solo di obiettivi  in grado di alimentare il processo. Un patron in disimpegno ormai da mesi, un campionato senza retrocessioni, la mancanza di obiettivi sportivi chiari, non aiutano a trovare il “sacro furore” disimpegnando il processo mentale per buona parte della stagione. Solo le grandi sfide modificano lo scenario iniettando nei tigrotti la voglia di combattere. La percezione di una posta in gioco importante scuote la truppa che improvvisamente si trasforma da agnello in tigre sorprendendo le avversarie giunte a Busto con la certezza di sbrigare una semplice pratica d’ufficio.
Una realtà che coinvolge anche la tifoseria che non vive le vigilie dei match con il solito pathos, mai nel passato si avvertiva nei pre e nei post partita un’aria così rilassata e compassata. Mai si arrivava alla partita con nottate serene, mattinate dedicate allo shopping o all’aperitivo senza sentire nell’animo la pressione generata dall’ansia e dalla preoccupazione della imminente gara. Un campionato così non lo rivorremmo mai più, togliere allo sport l’importanza del risultato trasformandolo in un torneo amichevole o quasi è la morte della sport.
Gli stessi play off allargati sono solamente un modo per colorare una foto in bianco e nero, ben sapendo che si possono modificare i colori ma non  la sfuocatura di una realtà davvero amorfa.
Dovremo farcene una ragione fino a maggio, trascinandoci fino alla fine di questo campionato, poi , si spera che possa aprirsi un nuovo capitolo che regali a Busto una soluzione alla depressione che da troppo tempo aleggia sui nostri colori.

Flavio Vergani

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