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Due campionati nei quali l’imperativo era vincere. Nel primo per annullare la pesante penalizzazione, nel secondo per arrivare all’obiettivo. Una gruppo a cui era chiesto di declinare un solo verbo: vincere.

Da qui nascevano spontaneamente e copiosamente gli stimoli, l’appartenenza al progetto. Il gruppo era solido e coeso, lo slogan “noi contro tutti” era un grido di battaglia che faceva ribollire la voglia di stupire. Giovani in cerca di successo, meno giovani in cerca di un riscatto. Tante sfide vinte in panchina e sul campo, con orgoglio dopo aver vinto più di uno scetticismo.

Un gioco stimolante che coinvolgeva quotidianamente il team proteso verso un traguardo importante.

L’abbraccio a fine partita in mezzo al campo aveva origini lontane, una danza “maori” a fine partita che gli “All blue and white” dedicavano a loro stessi per crogiolarsi nella gioia della vittoria dopo che in settimana non sempre si erano sentiti amati. Una colata di cemento armato che rinforzava le certezze di un gruppo forte in campo e fuori.

Dopo la vittoria, come sempre accade, non è semplice rinforzare gli stimoli, non è facile inventarsi nuove sfide, molto difficile innescare un nuovo processo motivazionale, soprattutto in mancanza di certezze.

Dopo la vittoria le infiltrazioni di incertezza iniettate nella struttura hanno prodotto più di una crepa e più di una sicurezza è venuta meno.

A un campionato che già di per sé non produce fuoco agonistico per la mancanza di bocciature a fine torneo, va sommata la scelta societaria di privarsi di alcuni protagonisti della cavalcata vincente a favore di qualche giovane di belle speranze. Un chiaro messaggio di ridimensionamento degli obiettivi  che è stato trapiantato in un corpo il cui dna ha sempre privilegiato la vittoria che sembra avere prodotto una reazione allergica. Proprio i paladini della vittoria sono andati in tilt non offrendo il solito valore aggiunto e non consentendo ai nuovi di plasmarsi come nelle aspettative.

In un ambiente sempre più depresso e demoralizzato per le incertezze societarie è sempre più presente la rassegnazione  che stancamente sembra voler trascinare la stagione al suo epilogo senza una minima aspettativa.

Fa male vedere andare via qualche pilastro della squadra, ,fanno male le ripetute assenze della dirigenza faticosamente celate dallo staff quando a precisa richiesta di un collega ci si riferisce a “presunte macchinate”non giunte nella città cremasca.

Un abbandono notato dalla tifoseria che non crediamo sia funzionale alla squadra. La struttura societaria è estremamente verticale e fatto salve le rappresentanze non operative, rimangono un paio i personaggi che trasmettono autorità, assenti quelli, sono assenti tutti. Forse sarebbe servito un manager in più che potesse fare le veci in questi casi, ma forse è solo il senno di poi.

Qualcuno cerca di vedere positivo dicendo che gli assenti sono segnalati su altri campi a visionare rinforzi. Ma crediamo che per questo ci siano gli scouting…”ofelè fa ul tò mistè”!

In un clima del genere non è semplice trovare il giusto equilibrio motivazionale, non è semplice innescare l’aspetto agonistico, impossibile condividere aspetti di appartenenza progettuale.

Servono leader, fuori e dentro il campo e forse quelli che abbiamo sono pochi. Serve carisma in grado di catturare, spingere e motivare il gruppo, serve la voce del padrone che dia sicurezze, parli al futuro e non al passato, presenziando con il corpo e con l’anima. Squadra troppo giovane in panchina e sul campo per poter fare a meno di “assistenzialismo” motivazionale. Questa non è una squadra di vecchi lupi di mare in grado di navigare con il  moto ondoso a forza otto senza avvertire il mal di mare. I marinai sono giovani e il capitano alla prima regata oceanica, serve che l’armatore dia la rotta, orienti la bussola, sia presente in cambusa.

Fin che il porto d’arrivo sarà incerto e fino a che non si assicura che ci saranno nuovi porti, si rischia di ammainare le vele fin da subito e farsi trasportare dalla corrente contro gli scogli. Una nave non può navigare senza vento e senza guida troppo a lungo, soprattutto se i marinai sono pirati abituati a saccheggiare i porti nemici con regolare puntalità. Chiedere loro di pescare solo qualche pesce quando capita, si rischia di trasformarli in mansueti cadetti di vascello attenti solo a non bagnarsi la divisa.

Da sempre siamo amanti della trasparenza e vorremmo che qualcuno ci dica qualcosa in più a riguardo della strategia con la quale verrà affrontato il mercato, se c’è volontà da parte dell’attuale dirigenza di continuare l’impegno con eventuali forze nuove o se le società è fin da subito in vendita, che tipo di obiettivi agonistici sono stati assegnati alla squadra. Insomma, una voce chiara che eviti di interpretare le assenze, eviti di decodificare le sensazioni, non permetta a ciascuno di costruirsi un film scrivendo un copione figlio delle interpretazioni.

Diversamente si rischia di ispessire la coltre di nebbia che già da un po’ di tempo ha avvolto il futuro della Pro Patria senza identificare possibili vie di uscita. E viaggiando a fari spenti il rischio di passare per colpevoli di un incidente anche se innocenti diventa molto alto. Per cui chiediamo di accendere gli antinebbia fin da subito.

Flavio Vergani

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