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Una lunga corsa in tre tappe. La prima su una salita con pendenza del 13%. Con una bicicletta ereditata con le gomme a terra. Seguito sui tornanti solo dalla sua ammiraglia con a bordo il suo direttore sportivo e qualche assitente per cambiare le gomme bucate da manciate di chiodi disseminati sulla strada da chi non credeva in quel corridore solitario e lo voleva fermare subito. Un’ ammiraglia insolita, senza nemmeno la scritta di uno sponsor. Poche spinte su quella salita, molti muri da evitare, poche borracce passate anche quando la pendenza toglieva il fiato. Qualche sbandata, ma mai la temuta e per qualcuno sperata caduta. Poi la prima vittoria del gran premio della montagna celebrata al passo con una folla festante per la grande impresa. Si riparte, ancora con quell’ammiraglia tristemente linda da sponsor, stavolta per una tappa in linea, per velocisti puri. Si parte alla pari, con i tubolari gonfi e la maglia biancoblù che ha ritrovato la sua dignità. Una fuga solitaria dal primo all’ultimo chilometro intervallata da qualche scollinamento ininfluente sul risultato finale, il rettilineo d’arrivo incorona il velocista che finalmente indossa la maglia rosa.
Qui forse viene commesso un errore. Invece di festeggiare sotto il podio e di capitalizzare l’entusiasmo, si preferisce ritirarsi per riflettere sul futuro. Il campione appare dubbioso, solitario, indeciso e poco motivato, stanco di correre con un’ammiraglia senza sponsor e senza nessuno che gli dia una spinta quando la strada va in salita. Molti di quelli che lo hanno festeggiato in montagna lo vorrebbero fare anche in pianura, ma lui si stizzisce, scende dalla bicicletta, non vuole più pedalare e minaccia di non iscriversi alla prossima corsa che non prevede maglie nere.
Poi riparte, ma è un corridore stanco,  sostenuto solo da energie nervose, dall’orgoglio forte e da una promessa antica dalla quale non si può prescindere per non tradire un legame indissolubile. Ad ogni incrocio guarda in faccia la gente per trovare quel che cerca, in cima ad ogni nuova salita scruta l’orizzonte per comprendere il futuro, alla fine di ogni rettilineo cerca certezze senza mai trovare quel che cerca. Dopo due tappe corse lontano dal gruppo, decide di aspettarlo, di rallentare per attendere i gregari che potessero aiutarlo nella volata finale. Si attarda, li chiama, a volte grida forte soprattutto quando la corsa transita sotto i palazzi comunali. Ma rimane solo, fuggitivo o in fondo al gruppo ?
Poi , ecco lo striscione dell’ultimo chilometro, vorrebbe  sprintare ancora per offuscare quella maglia da vincitore indossata per  due tappe, ma il pubblico lo consiglia di fermarsi stanco di quel corridore lamentoso. Un rettilineo finale che ricorda quello iniziale pieno di chiodi, ma questa volta il corridore non ci sta, toglie la ruota davanti e mette la sua bicicletta  sul tetto dell’ammiraglia bianca e si siede vicino al suo fedele direttore sportivo. Ora quell’ammiraglia è già diretta verso una nuova corsa, una nuova sfida, un nuovo orizzonte.
Se ne va l’ uomo solo al comando e una domanda antica cerca ancora una risposta.  “Solo”  ha significato “unico”  o  ha fatto solo rima con solitudine?   

Flavio Vergani
 

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