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Il sogno ha origini antiche e ha popolato le notti di tutti i tifosi. Un presidente che abbia  due qualità : forte economicamente e in grado di vincere.
Un sogno che termina con il risveglio del mattino, quando la realtà presenta il conto. Due qualità  difficili, quasi impossibili da coniugare.
Ci sono poi  i sogni dei presidenti che fantasticano tifoserie numerose, sponsor generosi, istituzioni attente, strutture adeguate.
Anche qui i sogni spesso, sempre a Busto, si disintegrano dopo la luna di miele iniziale e partono puntuali le tristi litanie.

Ma, a volte, quando i sogni si avverano ci si accorge di aver sognato troppo poco, di non aver previsto tutto quel che basta per essere felici. Ci si rende conto che il sogno ha tralasciato almeno una variabile reale influente sul virtuale.

Se fossi ricco realizzerei mille desideri, questo è il sogno, ma quando ricco lo diventi  non sei in grado di rinunciare ad una parte della tua ricchezza di quando eri o forse solo ti sentivi povero.
Non baratti la ricchezza raggiunta con quella che ti ha fatto sentire forte prima, quando eri un perdente.
Un tesoro fatto di passione, appartenenza, rispetto, orgoglio, fierezza, ma soprattutto considerazione.
Patrimonio non barattabile a costo di rinunciare al sogno. Scelte incomprensibili se visteda lontano, soprattutto da chi con una analisi superficiale e distaccata si chiede i motivi per i quali una città vincente e baciata dalla fortuna scelga spontaneamente di rinunciare al sogno. Per chi non vive questa piazza la scelta appare incomprensibile. Non hanno torto, ma nemmeno ragione.

Una rinuncia volontaria  che potrebbe costare moltissimo. Dal tutto al niente, dalle stelle alle stalle, possibilità che non scalfisce le certezze di chi non accetta compromessi.

Il sogno dei tifosi era incompleto perché oltre a vittorie e solidità economica non prevedeva la variabile più importante:  il feeling dirigenziale con la tifoseria.

Anche il sogno dirigenziale era incompleto, sottovalutava l’engagement dei tifosi,  forse pensando che vincere sarebbe bastato per essere accettati, a prescindere dal resto.

I tifosi sono ininfluenti sullo sviluppo del business economico,  questo è charo come il sole, ma determinanti nelle strategie di supporting comunicativo.

Fa più rumore un albero che cade che cento che crescono, per cui non “usare  la piazza come amplificatore di segnale accontentandosi di un piccolo megafono di prorpietà non è  mai scelta  vincente.

Soprattutto quando per mille motivi diversi tra loro la piazza vive e frequenta più assiduamente la città che la società.

Società che ha costruito la fabbrica delle vittorie e il castello dei miracoli investendo solo sul  campo di gioco, senza però preoccuparsi dell’esigente parco clienti che la osservava da una poszione sempre più marginale e che nel momento della resa dei conti ha preferito farsi da parte rinnegando il prodotto vincente. Discorsi triti e ritriti, la loyalty, la fidelizzazione  verso il brand Pro Patria, il coinvolgimento di chi avrebbe toccato il cielo con un dito se invitato ad una festa promozione, ad un evento dedicato, ad un momento di affetto ricambiato.

Assets importanti da coltivare,  magari delegandoli a chi ha più tempo, più attitudini e più carisma per essere "ponte comunicativo"tra tifoseria e società. Non sarebbero serviti soldi, qui c'è gente che per la Pro Patria lavorerebbe di notte , ovviamente gratis.
 
Oggi suonerebbe un'altra musica e le recriminazioni verso una città silente e dormiente non sarebbero  solo “voce di uno che grida nel deserto”, ma amplificate da chi sentirebbe dentro di  sé obblighi di riconoscenza per chi molto ha speso e molto ha vinto. Gli inglesi sono maestri nella materia, per chi volesse approfondire si cerchi la differenza tra "commitment" e "engagement"e si capirà quanto sia nullo il primo in mancanza del secondo.

Per un tifoso è una tortura dover  rinunciare a quanto è stato e poteva essere, qui tutti vogliono bene alla Pro Patria, ma l’estremo sacrificio nasce da una forza ancor più devstante che non fa calcoli perchè non ha nulla di razionale. Irrazionalità che è sinonimo di passione e che non ammette mezze misure, scelte comode o facili, prigionie, compromessi,
 E' come quando si decide di rimpere in mille pezzi qualcosa di prezioso appartenuto ad una persona  che non si ama più solo per il fatto di essere perfetta nello stile, ma distante nei modi.

Ed ecco  anche sfumare il sogno del dirigente che ancor si interroga su cosa ancora debba fare di più per meritare riconoscenza dopo le generose vittorie. Vittorie tra l’altro orfane di aiuti importanti da parte delle istituzioni , osteggiate dalla stampa  solida e liquida come quella online e qui alziamo la mano per evitare di far intendere il concetto di “eslusi gli scriventi”. Anzi , ben inclusi gli scriventi.
Ragioni solide sulle quali non ci piove  e che attribuiscono ancor maggior valore al merito di questa società.

 Ma, per lucidare e rendere inossidabili i meriti occorreva diversa strategia. Sono troppi i capi di accusa di una tifoseria che dopo essere stata bistrattata da avventurieri di passaggio che l' hanno portata dall' “up” al“down” della tossico dipendenza biancoblù, ha dovuto sopportare dapprima una crisi di astinenza e poi una indigestione di vittorie , senza mai essere considerata come avrebbe desiderato.

Poi, la crisi finale che ha decretato il “game over” declinato in diverse azioni di protesta che volontariamente hanno allontanato la tifoseria del sogno. Una dichiarazione sofferta ma altrettanto decisa che  ha finalmente rotto il ricatto interiore delle coscienze che da troppo tempo bilanciava l'insoddisfazione latente con  una scolorita e tiepida gioia da vittoria.

Gioia che non è stata strategicamente cavalcata  nel dopo Casale e qui è stato fatto il più grande errore. Affossando la vittoria con i venti gelidi seguiti di lì a breve ,non si sono dati segnali di disgelo, non si è voluto trasmettere un segnale di riconciliazione, ma soprattutto non si è approfittato di una piazza felice e disponibile per fare fronte comune nella battaglia finale. Non aver valutato quanto questa piazza era stata capace di fare ( a torto per il patron, ma questo è solo un dettaglio in questa analisi)ai tempi del disimpegno programmato dei Tesoro per  tenere in vita la società, è stata una mancanza strategica clamorosa. Con in tasca due campionati vinti si sarebbe potuto pretendere e ottenere l’impossibile da una tifoseria in stato di eccitazione post vittoria. Ricordare loro quanto erano stati poco “fair” con al società è stato esecizio del tutto comprensibile, ma scarsamente profittevole. Spegnere gli entusiasmi qualche ora dopo la vittoria con  decisioni di disimpegno è stata scelta comprensibile ma ad effetto boomerang. Sarebbe bastato far fronte comune con i tifosi, dispensare assoluzioni anche ai più rompicoglioni(spesso sinonimo di grande amore per la Pro Patria) coinvolgendoli in un progetto comune . Insomma essere “contro”non da soli, ma insieme.

Risuonano gli echi della difesa che giungono  fin qui e ripetono parole e concetti ormai assodati : le colpe del sindaco, le promesse non mantenute, gli sponsor da pochi spiccioli, la stampa che ti stampa, il sito che ti sputa. Accuse incontestabili e inopugnabili che però si disperdono in un contesto ormai decontestualizzato. Il dispiacere è doppio, perché il sogno dei tifosi si era avverato e lo stringevano tra le mani, mentre la dirigenza ha reso concreto un sogno sul campo regalando ciò che  da tempo nessuno era stato in grado di fare, ma che purtroppo non la faranno ricordare e stimare per quel che meriterebbe.

Zoppo ha fatto sognare, Tesoro disperare, Vavassori incazzare. Dei tre l’unico che ha vinto è stato l’ultimo e forse oggi manca il grazie finale per le sue imprese , ma, senza dubbio, per riceverlo sarebbe bastato che a sua volta lo avrebbe  pronunciato qualche volta in più. Nonostante il sindaco, nonostante gli sponsor pidocchiosi, nonostante  certa stampa, nonostante i siti spesso di opposizione e qui ci autocitiamo con orgoglio, nonostante  una città senza riconoscenza. Il sogno chiedeva un presidente ricco e tante vittorie , non specificava simpatico, bello, affascinante, di madre lingua, di origini nobili e di sangue blu, semplicemente perché  i sognatori da troppo tempo vivevano l’incubo e il solo sognare gli era di conforto. Quando l’impossibile è diventato possibile ci si è accorti della dimenticanza. Il prossimo lo sappia fin da subito, ricco e vincente non basta, occorre che sia o faccia finta di essere "uno di noi".

Flavio Vergani

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