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Le quattro ultime dirigenze sono state caratterizzate da differenti profili etico-economici. Due molto simili in quanto a risorse economiche e serietà del progetto (Vender e Vavassori), una completamente diversa specializzata in finanza creativa(Zoppo) e una a metà tra le due, nel senso che la disponibilità economica era notevole, ma del tutto discutibile la gestione delle risorse(Tesoro). Tutte hanno annunciato al loro arrivo a Busto un programma triennale che avrebbe dovuto garantire un risultato sportivo eccellente. Tutte hanno inserito nel progetto tecnico una derivazione commerciale chiedendo la possibilità di realizzare sul territorio strutture in grado di garantire una reddittività economica.Vender chiese la “ cittadella dello sport”, Zoppo un nuovo stadio, Tesoro la possibilità di costruire in area Ferrovie Nord un centro commerciale, Vavassori dei campi di allenamento per i ragazzi.Mentre il progetto sportivo partiva per tutti con risultati eccellenti, promozione  in C1 con i Vender, virtuale promozione con Zoppo, promozione virtuale con i Tesoro, due campionati vinti con Vavasssori, si intrecciavano costantemente i malumori delle dirigenze per le molte promesse non mantenute a riguardo dei progetti collaterali a quello sportivo.
 Dopo qualche tempo di battaglia con le istituzioni, ecco il disimpegno di tutti loro che mediamente riportava la squadra nella categoria da cui era partito il progetto stesso. Vender retrocesse in C2 dopo il play out con  il Verona, Zoppo retrocesse dalla serie B, Tesoro retrocesse prima e non vinse dopo, Vavassori sarebbe in zona play out se il campionato non fosse quello della Play Station.
E’ chiaro e lampante che chi viene a Busto sperando di rendere sinergico un progetto sportivo con un’investimento alternativo in grado di rendere profittevole l’esperienza nel suo complesso, sbaglia. Questo non lo diciamo noi, lo si capisce guardando la fotografia della realtà. Se quattro dirigenze finiscono tutte allo stesso modo per lo stesso motivo, crediamo che sia tempo di non credere più alle favole e alle promesse visto che le stesse ormai da tempo sembrano destinate ad essere “da marinaio”. Ne segue che chi avesse la voglia, il tempo e i soldi per prendere la Pro Patria, sappia da subito quel che troverà, che non è nulla di diverso da quello che hanno trovato e lasciato i suoi predecessori.
L’assessore Armiraglio dice bene quando afferma che anche le precedenti gestioni non hanno avuto aiuti dall’amministrazione comunale. Patron Vavassori ha replicato a queste parole dicendo che certamente questa giustificazione non risolve il problema. Noi aggiungiamo: ma è questo un problema? Ci spieghiamo meglio. Se per “statuto”si  decide di considerare la Pro Patria una società privata operante nel settore sportivo con conseguenti rischi di impresa a carico del gestore, crediamo che non esista problema di nessun genere e il ragionamento di Armiraglio non fa una piega. Chi gestisce paga, se ricava incassa, se fa debiti li copre, se vuole vendere a chiunque lo può fare, se decide potrà fallire, libero di fondersi con qualche altra società. Libero di disporre di una sua proprietà.
Ovviamente, questa realtà defocalizza il concetto di un “brand” sociale, di patrimonio della città, di bene comune. Si tratterebbe infatti di certificare e approvare un processo di privatizzazione  della società che uscirebbe così dall’orbita riferibile a bene culturale da tramandare ai posteri con orgoglio, per farla approvare in una dimensione totalmente commerciale. Un processo di alienazione che non può esistere quando fa comodo, ossia nei momenti di successo, per poi ripresentarsi in tutta la sua drammaticità quando nascono segnali di crisi societaria.
Le istituzioni bustocche nel passato sono state in taluni casi poco chiare e spesso il fraintendimento ha generato esagerate aspettative. Il coinvolgimento dell’amministrazione comunale come garante  delle trattative o la presenza assidua nelle operazioni di monitoring di nuovi possibili acquirenti ha sempre fatto vivere la realtà  non nel modo corretto. Ora, crediamo sia il momento di dare un calcio alle aspettative non nutrendoci di illusioni. Il rischio che sparisca quel che per tutti è sempre stato e sempre sarà un valore di Busto è alto, l’amministrazione comunale seppur non farà mancare il suo appoggio per cercare soluzioni, non potrà comunque sostituirsi né prima, né dopo, nei compiti gestionali che la presa della società comporteranno. La recente storia passata parla chiaramente. I Vender, Zoppo, Tesoro e Vavassori hanno tutti chiesto qualcosa che non è mai stato concesso, la linea è stata coerente con tutti e le conseguenti lamentele dei dirigenti un coro comune. Inutile illudere i nuovi o illudersi a tale riguardo. Occorre solo chiedersi la dimensione reale del calcio a Busto. Occorre chiedersi se, visto che qui non ci sono opportunità che altre piazze concedono, se veramente possiamo aspirare a questa categoria. Dispiace a tutti affermare il contrario, ma è anche giusto farsi qualche domanda a riguardo. Non è ammissibile sposare progetti triennali che partono da una categoria, producono una promozione e subito dopo una retrocessione, azzerando il processo di crescita sempre con identico ritornello: la città che non aiuta, le istituzioni assenti, i tifosi poco numerosi.
La valutazione dei nuovi deve partire da una business- analisys che escluda ogni aspettativa di aiuto dalla città e se si sentissero sicuri di poter marciare da soli, come una vera società a gestione privata, forse, dopo, ma solo forse e solo dopo, aver ottenuto risultati positivi, potranno “ingraziarsi”il territorio con possibili nuove sinergie.
Diversamente si sappia fin da subito che Busto è questa e che non cambierà certamente in pochi mesi.
Crediamo sia inutile credere ancora ad un alibi che va bene a tutti tranne alla tifoseria. Me ne vado perché la città non mi aiuta è l’alibi societario, la città non aiuta perché non è compito della città aiutare una gestione privata.
Da qui non se ne esce, ma forse è il momento di farlo. Alibi di questo tipo sono fuori moda, suonano stucchevoli e dequalificano i referenti. Crediamo che siano ormai realtà della città non trasformabili in alibi o giustificazioni da parte di nessuno. Se si vuole fare calcio a Busto, lo si dovrà fare con le proprie forze, senza attese o pretese. Fine del discorso. Se la crisi, la disoccupazione, il tasso di inflazione, lo spread, il mercato comune, la Merkel, Renzi, Brunetta o Berlusconi,  impediscono di realizzare il progetto per motivi economici, si eviti di imbarcarsi nell’avventura. Qui non c’è niente per nessuno, solo tanta passione che non è contabilizzabile nei bilanci per coprire i passivi, tanto amore per i nostri colori che non serve per pagare gli stipendi e tanta rabbia per una situazione sempre identica a quella passata. Questo aiuta a generare tensioni, scioperi e “scazzamenti”, anche verso chi vince due campionati, ma si ferma al terzo come gli altri. Nervosismo che nasce dal fatto che il prossimo, se prossimo ci sarà, esordirà con il solito discorso del triennale, del progetto a media lunga scadenza, delle speranze che il territorio risponda.
Discorsi noti, triti e ritriti. Allora chiarezza da subito. Qui non risponde nessuno, nemmeno al telefono. Qui i soldi si cerca di farli, non di spenderli e alla città della Pro Patria gliene frega una mazza, tanto per essere chiari. Interessa a noi. Punto. Se qualcuno fosse come noi e avesse in tasca più soldi di noi, sarà il nostro re, però, appena si lamenterà dei mancati aiuti, diventerà il nostro nemico da combattere. Ne abbiamo le tasche piene, anzi le palle piene direbbe mio “cuggino” di progetti che si arenano dopo il solito ritornello.
Giusto o sbagliato che sia, qui non c’è trippa per gatti.
Tutto chiaro? Per ulteriori informazioni, siamo qua. Consultateci prima di ogni “due diligence”, di ogni "business review", di ogni "planning development". Siamo di Busto, ve lo spiegheremo in dialetto e se ,come speriamo, sarete del territorio, lo capirete al volo. Per chi viene da fuori, faremo noi una sola domanda: “Ma chi ve lo fa fare”?

Flavio Vergani

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