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La Pro Patria è un hobby per qualcuno, ossia un modo piacevole di trascorrere il proprio tempo libero, una passione per altri, ossia una inclinazione esclusiva, una emozione forte positiva, un trasporto amoroso. Passione ha anche un altro significato, sofferenza del corpo e della mente, stato di disagio psicofisico che provoca amarezza e tristezza. Un significato che non dovrebbe essere abbinato alle vicende sportive, nelle quali l’unica amarezza concessa è quella derivante dalle sconfitte. Invece, qui non è così da troppo tempo.
Inutile citare nuovamente le sconfitte brucianti o le promozioni anestetizzate che hanno ferito gli animi, le conoscono tutti. Inutile citare le innumerevoli situazioni di tensione con ex allenatori, con politici locali, con giornalisti locali, con presidenti di club locali, o le fratture sempre più profonde tra tifoseria e società durante questi ultimi anni.
Ci si chiede se un hobby, o una passione possa e debba generare continuamente questa energia negativa. Ha senso staccare dalla vita quotidiana già densa di problemi per tuffarsi in una realtà continuamente ricca di problemi, di ansie, di precarietà e di preoccupazione? Lo sport prevede da sempre degli attori con ruoli definiti. I giocatori ai quali si chiede la performance sportiva, la dirigenza alla quale si chiede di finanziare il progetto, i tifosi che devono sostenere la squadra nel bene e nel male.
Se questi tre fattori funzionano, il giocattolo dovrebbe produrre divertimento. Qui produce solo ferite . Eppure, i giocatori giocano, i tifosi tifano e la società paga. Forse ci sfugge una quarta variabile che influenza il processo, ma non è questo il momento di cercarla. Questo è il momento di capire se ha un senso continuare a considerare un hobby questo generatore di tensioni. Una dirigenza che dichiara a riguardo dei propri tifosi che sono sempre “contro “ e mai “pro” sintetizza alla perfezione quanto sia la distanza tra due entità che dovrebbero essere invece sinergiche e proattive verso lo stesso obiettivo. E, forse , la variabile che non volevamo cercare si è presentata da sola.
La stessa dirigenza ammette che questa realtà allontana la gente dalla Pro Patria, senza però chiedersi o far nulla per avvicinare a sè chi sente lontano. Cosa è stato fatto a tale riguardo negli anni?  Lo slogan “noi contro tutti” fu il grido di battaglia del primo anno, poi, nonostante i tentativi dei tifosi di trovare una quadra, mai si avvertì spirito di gruppo e comunione di intenti. Si pensi alle feste organizzate “pro”Patria regolarmente disertate o alle iniziative “pro”Patria come quella nelle scuole dapprima sopportate e poi mai più realizzate nel tentativo di farle proprie (senza riuscirci).
L’hobby Pro Patria sembra non interessare più alla città? Prendiamone atto e non facciamone un processo continuo, se si ricevono picche dall’Univa, picche dalle istituzioni, picche dagli sponsor, qualcosa vorrà pur dire. Inutile continuare a chiedersi i motivi e piangere miseria, questa è evidentemente la dimensione della città che ama il volley e il golf e non il calcio. Non crediamo che sia gridando o facendo continui processi sommari che Busto tornerà ad amare il calcio. Ci spiace dirlo perché è la nostra passione di sempre, ma non vorremmo si trasformasse nel nostro incubo quotidiano. Sul quotidiano vorremmo leggere di sport, risultati e classifiche, ma questo da tempo non avviene e questo non è più un hobby e neppure una passione. Ecco, la prima cosa che vorremmo chiedere alla nuova dirigenza è proprio questa. Ridare la Pro Patria ai suoi tifosi, farli sentire parte del progetto. Nessuno vuole comandare in casa d'altri come erroneamente percepisce il patron, ma tutti vorrebbero collaborare, sentirsi parte del progetto e magari, ogni tanto, sentirsi gratificati per il molto che tutti fanno da sempre per questa maglia.
C’è gente alla quale bisognerebbe intitolare una via di Busto per quello che ha fatto per questi colori, c’è gente che vive questa passione da sempre come ragione di vita che sacrifica ogni altro interesse, persone che sono del Pro Patria Clubs, del Tigrotto, degli Ultrà e di tutti quelli che non amano i gruppi organizzati e vivono da tifosi isolati la loro passione. Pensare che qualcuno di loro sia contro la Pro Patria è accusa grave, ingiusta ed inaccettabile.
 E’ una vita che ci conosciamo, è una vita che litighiamo fra noi, è una vita che la pensiamo diversamente, ma è una vita che siamo qui a tifare Pro Patria  e sinceramente non crediamo che ci sia qualcuno che dopo solo qualche anno di frequentazione, seppur ai vertici della società, possa insegnare come si ama la Pro Patria. I tifosi rimasti sono pochi, proprio perché è chi rimane che ama. Chi oggi è qui dopo play off e play out persi è perché ama la Pro Patria e quelli che sono scappati lo hanno fatto per colpa di chi perdeva campionati già vinti e non certamente per colpa di nessun'altro, come e perché pensare il contrario? L’hobby di questa gente non è mai cambiato, da dove vengono i dubbi di fedeltà ? La Pro Patria è un intero indivisibile, un piccolo intero indivisibile, tentare di dividerlo per prenderne la parte che più interessa è esercizio che non è “pro” Patria. Non esiste il giornale e tutti gli altri giornali, non esiste il tifoso vecchietto e tutti gli altri tifosi, non esiste la mia storia e la storia di tutti gli altri. Esiste la Pro Patria da abbracciare forte a due mani e nella sue interezza. Solo così si avrà la certezza di sentire ricambiati i propri sforzi. L’augurio che ci facciamo è che i nuovi possano ripartire da qui per ridare ai tifosi le giuste attenzioni che li facciano sentire parte importante e integrante dello stesso progetto. 

Flavio Vergani

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