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In questi giorni è frequente ascoltare dai tifosi che “un punto di penalizzazione è il meno che possa capitare”. Giusto, concordiamo. Ma, come direbbe Schillaci, “ siamo perfettamente d’accordo a metà”. Sta diventando un luogo comune, una triste consuetudine, un’abitudine considerare normale quello che non lo è mai stato.
La Pro Patria negli ultimi quattro campionati ha avuto ben tre penalizzazioni . Meno tredici dopo i disastri tesoriani, meno uno lo scorso anno e meno uno quest’ anno, nonostante la presenza al timone di una dirigenza che potrà avere tutti i difetti del mondo ma non quello della mancata solvibilità finanziaria. Anomalie che si sommano ad altre diluite nel tempo. Citiamo l’assalto allo Speroni dei tifosi veronesi con la vergognosa cessione dello stadio ai gialloblù e la conseguente delusione della sconfitta, la terrificante sconfitta con il Padova nel play off per la serie B, quella umiliante con il Pergocrema con la retrocessione, quella con il Feralpi Salò che ha infranto i sogni di promozione.
 Episodi troppo ricorrenti che hanno di fatto demolito la credibilità del brand Pro Patria in città. Episodi diversamente interpretabili da chi la Pro Patria ce l’ha nel cuore e chi invece la osserva da lontano con analisi distaccate e non inquinate dalla passione che porta sempre all’assoluzione. Busto non merita la Pro Patria? Forse. Ma, cosa ha fatto la Pro Patria per meritare Busto in questi ultimi anni? Mancate promozioni? Centrate retrocessioni? Vittorie non celebrate? Penalizzazioni sempre centrate? E, da ultimo, seppur possa sembrare un dettaglio, ma in realtà non lo è per il suo alto valore simbolico di vicinanza al cliente, il mancato rimborso ai tifosi del biglietto di Pro Patria Milan. Sono state fatte delle promesse, i tifosi hanno dato credito a tali promesse e poi non sono state mantenute.
  Ci si aspettava e ci si aspetta che la società proceda al rimborso senza ulteriori solleciti e senza dover ricorrere a class action riparatorie. Soprattutto dopo il pasticciaccio della segreteria che certamente non ha brillato in comunicazione e in tempismo nell’occasione. Insomma, sembrerebbe che fin da principio non ci fosse questa gran voglia di restituire i soldi, che invece sono dovuti non solo per regolamento, ma soprattutto per rispetto verso i propri tifosi.  Un tifoso della Pro Patria, probabilmente, non pone attenzione al fatto,  considerando il contributo un ulteriore aiuto ai colori sociali, ma un esterno, un tifoso milanista o un semplice sportivo trae senza dubbi considerazioni diverse sulla correttezza con la quale la società ha gestito l’operazione. Tutti questi episodi, seppur diversi tra loro, costituiscono la “reputation” del brand Pro Patria con conseguente calo di appeal dello stesso sui potenziali investitori. Il valore di un prodotto non viene celebrato da chi lo sceglie a prescindere per questioni di fidelizzazione generazionale, ma dalla “buy intention” generata da fattori emozionali e di performance trasmessi dalla marca. Per chi volesse approfondire il concetto si cerchi “brand equity”in internet.
Ne segue, che quello che viene considerato “male minore” (punto di penalizzazione) in relazione ai possibili scenari catastrofici conseguenti ad un disimpegno della società vigente, crea continue fratture di credibilità verso l’esterno con svalutazione del valore etico societario.Si sta passando dalle eccezioni alla regola, dall’episodio alla recidiva, con realtà cronicizzatasi nel tempo tramite ripetuti episodi di anomalie gestionali sul campo e fuori. Occorre ridare normalità alla Pro Patria e forse identificare la sua vera  dimensione e corretta identità. Serve cioè capire se i ricorrenti tilt nei quali sia incappa siano figli di una realtà sovradimensionata rispetto al potenziale della città e del bacino d’utenza, oppure se derivanti da situazioni contingenti attribuibili ad altre aree strettamente strategiche e gestionali.
Occorre anche capire il motivo per cui in molti si dicono disponibili ad aiutare la società ma non si trovi il modo per unire le forze in un progetto collettivo. Il pazienze sta male, ma sembrerebbe che chi ha il bisturi non disponga della laurea di medico e chi ha la laurea non voglia usare il bisturi e intanto s muore.Le ultime dirigenze sono state tutti mono proprietarie e ci rifiutiamo di credere che nessuno abbia bussato alla porta per dare un contributo. Forse le porte andrebbero lasciate socchiuse se il desiderio fosse reale, se invece occorre sfondarle per entrare nella stanza dei bottoni, allora forse le cose si complicano. L’esempio Zaro, tanto per restare nel presente è rappresentativo e fa riflettere. Rinunciare a cuor leggero ad un personaggio di tale calibro è stato a nostro avviso un errore clamoroso. Ognuno ha il proprio carattere,  i propri pregi e i propri difetti, ma crediamo che con un pizzico di volontà reciproca e per il bene della Pro Patria si poteva gestire diversamente la situazione. Se si fanno scappare i pochi seri che arrivano, poi non ci si sorprenda di rimanere eternamente soli.

Flavio Vergani

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