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Mentre la trattativa per la cessione societaria prosegue nelle nebbie reggio-padane, la squadra, la nostra ex squadra, è presa d’assalto dalla concorrenza che tenta di sfilare i pezzi pregiati dalla collana biancoblu.
 Dopo che a Gianpaolo Calzi è stato caldamente suggerito dalla proprietà di rescindere il contratto con forzata partenza verso Vicenza, anche Dario Polverini sta cercando una soluzione lontana da Busto. Seguirà Mirko Bruccini che dopo l’esperienza di Cremona, dovrà trovarsi una diversa sistemazione. Giocatori che fanno parte del passato recente della Pro Patria che si sono legati a questi colori con il cuore e che sarebbero rimasti a Busto a vita se le condizioni non fossero di eterna instabilità societaria. Instabilità che hanno vissuto sulla propria pelle fin dai tempi di Tesoro, sopportandone i disagi e i mancati pagamenti che sono perdurati per molti mesi, e poi, sopportando i capricci del nuovo patron negli anni successivi, quando invece di esultare per le vittorie  si rammaricava costantemente per quello che poteva essere e non è stato. Giocatori  che sono stati gli assi portanti della squadra sui quali si sono costruite le vittorie degli ultimi tempi. Giocatori portati a Busto da precedenti dirigenze, che tra le tante cose sbagliate fatte hanno lasciato una eredità sportiva eccellente, come questi giocatori che ,mentre i giovani rimpinguavano le casse societarie con i contributi federali,  vincevano sul campo. Si vince in undici, certamente, ma non ricordiamo un nome di un giovane determinante nelle vittorie ottenute, ricordiamo invece Bruccini, Nossa, Polverini, Cozzolino, Falomi, Calzi, Serafini. E, se un nome giovane cerchiamo nella memoria, troviamo quello di Paolino Vignali sacrificato dopo l’anno della vittoria per motivi che non conosciamo, ma immaginiamo. Altri nomi, o ci sfuggono o non sono stati così accecanti nella performance da ricordarli istintivamente. Vorremmo ricordare Giannone, ma il talento napoletano è stato vittima di un rendimento così scostante nel tempo che anche noi lo ricordiamo a corrente alternata e in questa fase prevale la fase negativa.
Si chiude un ciclo sterile, tre anni nei quali si sarebbe dovuto valorizzare il progetto giovani,  questo è avvenuto solo sotto il punto di vista economico con profitti per la dirigenza, ma, a noi non rimane in squadra un giovane che uno.
Gli scarsi, dopo aver portato fieno in cascina sono stati dirottati in altre squadre appena superato il magico anno di nascita che far rima con quattrini, i migliori ceduti a squadre di categoria superiore per la gioia delle casse societarie.
Risultato? Valorizzazione economica alta, valorizzazione del progetto sportivo inesistente. Ossia, la Pro Patria in questi tre anni ha spesso annunciato di seguire una strategia atta alla valorizzazione del  settore giovanile e di una rosa di prima squadra improntata sui giovani, ma in realtà dopo tre anni è possibile attestare che il progetto è di fatto fallito sotto il  punto di vista dello sviluppo su lungo periodo, mentre è stato centrato sulla valorizzazione finanziaria che ha portato soldi in cassa.
Sono state staccate cedole a favore dell’investitore, ma non sono stati effettuati investimenti per lo sviluppo della società emittente, che seppur dopo tre anni di attivo si ritrova in vendita, depredata di qualsiasi suo “assett” strategico e senza eredità progettuale in stato avanzato. I nuovi, se arriveranno e se saranno nuovi, non troveranno traccia di quanto fatto in precedenza, per cui dovranno ripartire da zero per l’ennesima volta. Questo è il vero problema di questa società. Non trasmettere affidabilità su lungo periodo, non invogliare all’investimento chi vorrebbe vedere crescere un albero e non vedere sempre tagliare i rami più profittevoli per poi lasciare ai posteri il solo tronco secco. Ancora una volta, seppur violentandoci, ci sentiamo obbligati a citare l’esempio Unendo- Yamamay per chiarire le idee a chi le ha ancora confuse. La pallavolo è un ‘altra cosa? Può darsi a livello sportivo, senza dubbio no a livello manageriale. Il volley vive e cresce a Busto Arsizio, non su Marte, il volley vive e cresce tra i bustocchi, non tra i reggiani o i pavesi o i comaschi o i cremonesi, il volley vive e cresce con questa amministrazione comunale, non con quella di Giove. Per cui, se le variabili determinanti sul processo diventano delle costanti, siano le costanti eternamente variabili a spiegarci i motivi di tale varianza. Diversamente la colpa è sempre degli altri e questo non aiuta a crescere, ma solo a lamentarsi. Il volley cresce e vince portando sponsor alla società e risultati alla tifoseria, leggasi scudetti, coppe nazionali e internazionali con spettatori intorno alle cinquemila unità. Il calcio piange gli sponsor, piange i risultati , leggasi Seconda divisione, o parte bassa della Prima divisione, piange gli sponsor, piange gli spettatori (leggasi cinquecento abbonati compresi i bambini). Tutto questo avviene nella stessa città. Colpa di chi?Sicuramente del sindaco, di Armiraglio,  di Centenaro, del vin brulè, dei tifosi cazzuti, della Prealpina, dei giornalisti, di questo sito, degli industriali, di mio "cuggino", dei cori razzisti, dei fischi stonati, ma santo cielo per una volta vogliamo prendere in considerazione anche altri fattori, magari facendo autocritica, magari ispirandosi a chi in questa città di fetentoni è riuscito a vincere tanto e spesso senza ogni volta minacciare di andare via?
Flavio Vergani

 

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