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Non ti voglio rovinare la giornata… Rassicuro, per così dire, l’amico che mi chiama: l’ho sentito già. E la giornata dovrebbe essere ufficialmente rovinata, in effetti.

Lo so, è il mantra che ho ripetuto a più riprese dentro di me, partendo da Bruccini, traballando con Polverini e ora arrivando al capitano: conta la maglia, tutto il resto passa. Me lo sono ripetuta, perché è così e anche per convincermi visto che sono per natura dubbiosa.


Serafini se ne va? E’ quasi il tassello mancante per alzare il volume dell’amarezza al massimo, per toccare il fondo. Eppure una parte di me sente che non è così. Che la partita persa è molto più ampia e contagiosa, che ha ragione Flavio Vergani: il guaio è che tutto questo calcio non ci interessa più.

Possibile che prima, magari per i soliti noti, ma ci fosse la corsa gioiosa all’abbonamento e ora ecco chi rinuncia perché stanco, nauseato e chi ci aggiunge un pragmatico: ma con questi orari spezzatino, ultima trovata, quanto spesso riuscirò ad andare? E allora mi conviene abbonarmi?

Conviene. Una parola espulsa dal nostro vocabolario, da tempo incalcolabile. Quante – bellissime – cavolate e sofferenze ci saremmo risparmiati, se avessimo agito con la bussola del calcolo, della convenienza appunto.

Invece, abbiamo dato, dato tutto. In cambio forse abbiamo avuto poco o niente, da chi non ha creduto in noi. E oggi, di fronte al tam tam sulla partenza di Serafini, il riferimento sicuro, quello che si è sempre spremuto e sacrificato, anche nei momenti più vuoti, ci sembra di aver visto un nastro gigantesco comparire su quel pacchetto di nulla.

Allora, molliamo tutto. Lasciamo perdere il calcio, facciamolo scivolare alla voce “passatempo” o “trasmissione televisiva”: ne abbiamo facoltà, ne abbiamo dannato diritto. Solo che c’è una seccante contraddizione in questo: così facciamo vincere chi, a ogni livello, in ogni ruolo, l’ha spinto giù, sott’acqua.

Così diamo  il potere a chi non se lo merita. Mentre il potere è solo nostro. Quello di emozionarci ancora davanti a una maglia. Quello di non vedere l’ora di esplorare il museo pazientemente fatto nascere da Andrea Fazzari e da tutti coloro che ha contagiato con il suo entusiasmo.  Quello di non rimanere ancorati al passato, ma di credere al futuro.

Anche quando ci portano via apparentemente tutto, anche quando siamo qui indecisi di fronte all’abbonamento, qualcosa dentro di noi è più forte. Forse presto, forse in un’altra stagione, o forse dovremo ancora dolorosamente attendere: ma cavolo se il nostro amato calcio lo rivogliamo indietro. E in qualche modo, l’avremo.

Marilena Lualdi
(Giornalista de"La Provincia")

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