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Vorrei essere capace di trasmettere lo spirito di prostrazione che mi ha tenuto alla larga da riflessioni scritte sulla Pro Patria.
Oggi non ne esco davvero, ma ci provo. Perché ho preso un impegno e perché ho avuto un guizzo sospetto. Mi concentro sul secondo, poiché ammetto che quando ho letto dei gironi, ho pregustato il pur incerto derby con il Novara, ho avvertito un’emozione tale che mi sono detta: lo supererò, pure questa volta.
Quante coltellate, quante messinscene, quante follie in questi anni, ma ne sono sempre uscita.
Mica perché ero brava o una tifosa migliore di altri, che si sono allontanati delusi. C’era un amico che mi trascinava in extremis, spuntava un biglietto da una tasca dello zaino, vedevo su un vecchio libro la vignetta di don Angelo Volonté in versione tigrotta, ripercorrevo la deliziosa pazzia di Reggiana – Pro Patria.
Zac, incantesimo finito. Proprio da lì stava traballando: mi hanno tolto anche ricordi in teoria intoccabili come quella partita.
E pensare che – per prendere in prestito le parole di un giovane amico e le plasmo un po’ – volevo solo vedere la Pro Patria. Volevo sciogliere le tensioni e i pensieri con i colori della mia maglia. Stare tra i miei amici, incavolarmi giusto per caricarmi e poi applaudire sempre, applaudire fino in fondo.
Tutto qui. Teatrini, veleni, tentativi di far apparire la Pro o Busto ciò che non sono, non c’entrano con me. Sarò arrogante, ma non c’entrano nemmeno con il calcio e la mia città.
Sì, la mia città che spesso mi fa infuriare, mi delude, sonnecchia, ma accidenti quale città non lo fa, e soprattutto non posso dimenticare ciò che ha costruito e ciò per cui devo essere grata.
Ma questo, già non c’entra forse.
Volevo solo vedere la Pro Patria. E non so come finirà, se farò l’abbonamento anche quest’anno, o andrò con il biglietto quando mi va, magari con più fervore a qualche trasferta…
Ma so che da qualche parte la troverò.
Marilena Lualdi

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