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Una società si orienta secondo una bussola aziendale i cui quattro punti cardinali sono: il presidente, il direttore sportivo, l’allenatore e il capitano.
Ognuno di loro ha compiti di leadership che li portano a orientare il timone verso una destinazione comune.
Analizzando la situazione in casa Pro Patria è evidente come la nave sia composta da un equipaggio di emergenza con troppi marinai senza esperienza e con un armatore che sembra avere propositi di dismissione.
 Il direttore sportivo è appena salito a bordo della nave ma non possiamo dire che il suo arrivo abbia calmato le acque. Anzi. Il conflitto di interessi con il direttore generale Antonelli ha di fatto creato una situazione di non facile interpretazione e certamente non facilitatrice di una coesione interna.
L’allenatore alla sua prima esperienza nel campo professionistico ha beneficiato dapprima della consulenza di Colleoni, uomo di grande umanità e competenza tecnica che lo ha aiutato a comprendere il calcio di Lega Pro. Lasciato solo sembra faticare nella gestione tecnico-tattica, ma anche di gestione dello spogliatoio.

Discutibile dapprima la decisione di accettare senza proferir parola l’esclusione dalla rosa di Arati e Botturi tornati a disposizione solo a “furor di stampa”, poi non ha convinto nella gestione delle gare ove con una diversa attenzione alla fase difensiva si sarebbe potuto portare a casa qualche punto in più.

Infine, l’episodio D’Errico che un allenatore maturo avrebbe gestito tra le mura dello spogliatoio e non con una piazzata pubblica che ha amplificato l’accaduto senza motivo.
Se si è deciso che il giocatore per quello che ha fatto in settimana non merita di giocare dal primo minuto, non merita nemmeno a dieci minuti dalla fine, soprattutto se in vantaggio con la prima in classifica e conosci perfettamente la vulnerabilità della tua squadra. Giusto prendersela con il ragazzo, consigliabile prendersela anche con se stessi per come non si è saputa leggere la situazione.
Non sempre accusare gli arbitri e i propri giocatori è esercizio produttivo se non si trasmette la sensazione di identico atteggiamento verso se stessi. Dare l’esempio è il miglior modo per far capire l’esempio.

Rimane il capitano, o meglio il Capitano. È a lui che occorre riferirsi. Può essere la guida negli spogliatoi, l’allenatore in campo e il punto di contatto con una disorientata tifoseria. Il Capitano conosce la nave come le sue tasche. Ha esperienza per aver navigato gli oceani, non teme il laghetto della Lega Pro dove ha scelto di remare fino a fine carriera. Ha autorità e carisma per farsi ascoltare da tutti. Un presidente fuori dal campo, un allenatore in campo.

Crediamo che oggi ci si debba aggrappare al Capitano, l’unico che ha le qualità necessarie per direzionare la nave verso il porto della salvezza.
È stato convinto dal patron a rimanere per cui è creditore di una promessa. Non crediamo sia etico far coincidere il termine della sua carriera con una retrocessione. Chi lo ha convinto a rimanere non può pensare di fargli vivere questa umiliazione.
Ripartire dal Capitano è l’imperativo, in attesa che la bussola biancoblù possa ritrovare i tre punti cardinali mancanti per orientarsi verso la salvezza.
Flavio Vergani


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