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Scrivo il mio articolo dopo aver assistito al pareggio ottenuto con merito a Salò.
Si tratta di un risultato, finalmente positivo, dovuto non alle giocate dei singoli, né all’impostazione tattica voluta dal tecnico, bensì, secondo i bene informati, a un guasto alle linee telefoniche che avrebbe impedito al nostro “diversamente patron” di collegarsi nell’intervallo con gli spogliatoi gardesani.
Oggi voglio andare contro corrente, non per spirito di contraddizione, ma perché credo in ciò che sto per scrivere.
La squadra non andrebbe a mio parere contestata, ma anzi ringraziata a prescindere per quanto sta facendo, nel bene e nel male. Male assemblati, peggio preparati e anzi abbandonati a loro stessi da una dirigenza in “fuga per la vittoria (altrove)”, i biancoblu combattono strenuamente per ottenere spesso soltanto delle briciole. Affidati a tecnici anch’essi alle prime esperienze professionistiche, sbandamenti e lacune si ripropongono con triste costanza.
La squadra ricorda l’esercito italiano inviato nel mondo a combattere (secondo una finzione ideologica che ci voleva guerrieri indomiti e degni eredi dell’Impero romano) senza un adeguato supporto tecnico e logistico. Chi non ricorda, perlomeno fra chi ritiene che la Storia serva a qualcosa, i nostri poveri alpini in Russia con le loro scarpette di tela o i ridicoli carri armati con cui combattemmo con onore in Africa? E chi oserebbe oggi puntare un dito accusatore sui nostri soldati sconfitti in quelle condizioni?
Sarebbe ingiusto criticare la ritirata di Russia senza considerare le precise responsabilità di chi volle e organizzò quella spedizione (e altre, in quel tragico periodo storico) nonostante l’evidente impreparazione del nostro esercito. Allora si voleva guadagnare un posto al tavolo dei vincitori di quella che sembrava essere una “guerra-lampo”; oggi si vorrebbe ottenere il massimo ritorno economico con il minimo impegno e al prezzo delle nostre umiliazioni.
Certo, a parte la statura e una certa abilità oratoria, nulla accumuna il nostro e quel condottiero; tuttavia mi è ben chiaro come il motto “armiamoci e partite” sia oggi di estrema attualità. Peccato che a Busto non ci si sia neppure armati e la squadra combatta la propria guerra (sportiva, si intende) ancora una volta con scarpette di cartone, moschetti antidiluviani e ridicoli carri armati monoposto.
La sconfitta, in queste condizioni e date queste premesse, non mi pare quindi possa essere imputata a chi combatte; la Storia ha già espresso il proprio giudizio nei confronti di chi decide e orchestra questa lenta agonia.
Perciò non mi unisco al coro di chi contesta i ragazzi o chiede chiarimenti al capitano; a costo di sembrare “fissato”, ripeto che le responsabilità sono altrove. Anche se non è più tempo di adunate con folle plaudenti (quelle, intrise di retorica del superuomo, vanno in scena oggi in altra città), è pur vero che, a queste latitudini, qualcuno sembra ancora disposto a farsi irretire da una sorta di pifferaio magico.
Le poche parole che Vavassori lascia giungere a noi dal dorato eremo reggiano vengono ancora ascoltate da alcuni estasiati fedelissimi, pronti a giustificarne ogni azione e a credere alla favola della fidejussione mancata o delle decisioni assunte per motivi sentimentali.
Scusate ma non me la sento di fare il gioco di chi ha ideato e sta realizzando questo “piano B” e tiferò comunque la nostra povera Pro Patria cercando di guardare sempre e con attenzione oltre la pesante coltre di fumo che copre da tempo lo Speroni.
Marco Grecchi

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