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Da quando ho la facoltà di capire le cose che mi stanno attorno (sempre se sia così) mi hanno insegnato che a Natale bisogna essere più buoni. Per questo, in tutto questo marasma biancoblu che nemmeno la nebbia può coprire, colgo l’occasione per indirizzare questo mio pensiero a tutti i giocatori e membri dello staff della Pro Patria per cercare di fargli capire il perché del disagio di noi tifosi.
Ebbene ecco la spiegazione. Quando voi giocatori vi apprestate ad entrare in campo indossate una maglietta che, apparentemente, sembra uguale a tante altre ma, se avreste la bontà d’impiegare una piccola parte del vostro tempo per capire cosa c’è e chi ci è stato dietro di essa, capireste il nostro malcontento.
La Pro Patria per noi tifosi non è una semplice squadra da tifare la domenica in uno stadio dove andiamo a sfogare le nostre frustrazioni;  la Pro infatti nacque non da semplice “gentleman” inglesi che, magari annoiati, non sapevano come occupare il loro tempo, bensì dal senso di riscatto sociale di persone che, devastate nel corpo e nell’anima, cercava attraverso lo sport un riscatto sociale per recuperare l’orgoglio perduto che le trincee della Prima guerra mondiale avevano completamente devastato. Un modo forse questo anche per ricordare e onorare tutti quegli amici sportivi come loro che la guerra gli aveva portato via.
Da quel 1919 in poi la Pro Patria è sempre stata questa per noi tifosi e i vari dirigentiche si sono susseguiti nel tempo, che vedevano in essa un luogo dove non smarrire le proprie radici e valori che un nuovo conflitto mondiale e in seguito un mondo sempre più materialista voleva cancellare. Chi ha indossato questa maglia nel corso degli anni (ReguzzoniAntoniotti, Re CecconiTramezzani tanto per fare qualche nome), anche se non natii della nostra zona, si sentivano come investiti di tali responsabilità di portare avanti questi valori, tanto che si identificavano in essi dando tutto in campo fregandosene del sudore che gli bruciava gli occhi, del sapore amaro del sangue e dei muscoli o delle ossa lesionate il tutto per non venir meno a quel patto che virtualmente avevano preso con quei tifosi. Secondo voi perché ci chiamano “tigri”? Non certo perché ci piaceva la fiction “Sandokan” con Kabiri Bedi ma perché proprio grazie al furore e alla ferocia che questi giocatori mettevano in campo, pari solo al celebre felino, ci siamo meritati questo appellativo.
Personalmente la Pro Patria è un modo di conoscere mio nonno Mario che ahimè ha deciso di andare a tifare le tigri da lassù prima che io nascessi; vedendo però quelle maglie, le foto del passato ormai ingiallite e le storie su di essa posso vedere eprovare le stesse cose che ha visto lui e, in un certo senso, me lo fa sentire più vicino.
Nella festa di Natale dell’altra sera al Pro Patria Club ho visto nelle persone la voglia di ritrovarsi, magari davanti ad un buon bicchiere, per ridere e scherzare, tutti uniti dallo stesso filo conduttore, cioè la Pro. Nelle persone più anziane invece ho notato come i loro occhi “parlassero” delle glorie passate della nostra squadra, di come magari essi davano del “tu” a giocatori ora avvolti dalla leggenda, anche se un velo di tristezza per le ultime vicende sembrava appannarli. Ebbene io in futuro vorrei avere quegli occhi senza quel velo per tramandare ai posteri quanto è stato bello tifare la Pro perché noi, come vuole il ciclo della vita, prima poi ce ne andremo ma la squadra resterà. Perché la Pro Patria per noi non è solo sport.
Spero che questo mio pensiero vi abbia aiutato a capire il nostro disagio.
Andrea D'Emilio

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