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Tutto in un girone. Quello di andata. Due direttori generali, di cui uno non esonerato e nemmeno dimessosi, ma spontaneamente(?)eclissatosi per il contemporaneo arrivo di una figura con identici compiti. Peccato che dei due spesso non se ne presenti nemmeno uno, nei momenti nei quali servirebbe spiegare, motivare, comunicare. Due allenatori uguali tra loro nel curriculum: esordienti. Quando forse, anzi sicuramente, sarebbe servita più esperienza in panchina. Uno che puntava tutto sull’attacco, divertiva molto ma vinceva poco. L’altro che punta tutto sulla difesa, diverte molto meno e vince poco. Una partita vinta a testa. Pari e patta.
Tre giocatoti finiti dietro la lavagna, chi perché troppo indisciplinato e chi per colpa di un contratto troppo oneroso firmato chissà da chi, chissà perché e chissà come.
Trenta giocatori o forse più in rosa non sufficienti per coprire tutti i ruoli. Molti doppioni, numerosi scarsi, qualcuno che non sembra far parte del progetto perché lo ha acquistato l’altro e altri che sembra debbano per forza far parte del progetto per precise scelte strategiche.
Gente che se ne va prima di essere arrivata in quanto “ottimi giocatori” alla condizione di giocare lontano da Busto, ossia nella casa madre reggiana nella quale in molti iniziano a vantarsi e a specchiarsi per quello spicchio di Pro Patria esportata la scorsa estate che sta iniziando a fiorire.
Gente dello staff allontanata dopo anni di fedele servizio (Carlo Merlo) e altri che si fanno da parte spontaneamente come Bostrenghi perché l’ambiente non è più quello di prima. Chissà perchè.
Settore giovanile sulle ginocchia per l’esodo di quelli bravi verso altre destinazioni e genitori in permanente rivolta.
 Una gestione che appare gemellare: quella sportiva affidata a terzi non chiaramente identificati, quella finanziaria in capo a  patron Vavassori. Che paga e al momento tace. Forse troppo.
Due stili completamente diversi che sono costretti a convivere forse sopportandosi. Certo è che uno non giustifica l’altro, l’uno non può chiamarsi fuori dalle decisioni dell’altro. E qui sta il problema. Chi paga non decide , così certe scelte  molto lontane dallo stile vavassoriano trovano spazio e creano danni. Nell'indifferenza generale.
Sabato in tribuna centrale era presente il patron, ossia la mente, forse vicino a lui, ma in altro settore era presente il braccio. Ossia colui che muove le fila, sposta le pedine, dà scacco matto a chi ha un contratto da torre ma lo si vorrebbe pedone.
La silenziosa presenza in sala stampa del patron che è rimasto in silenzio quando mister Monza dichiarava di non aver schierato Arati per scelta societaria alla quale lui deve adeguarsi, ha fatto percepire quanto poco possa aggiungere il patron ad una decisione che a nostro avviso non condivide nel modo più assoluto. Ma deve accettare.
Da chiedersi il motivo per cui il patron abbia permesso di diventare ostaggio di una gestione sportiva che tutto ha tranne il suo marchio di fabbrica.
Che cosa è stato lui promesso in cambio di questo esilio decisionale? Soldi? Certezza di un passaggio di proprietà? Altro?
Il silenzio del patron di fronte alle dichiarazioni dell’allenatore che gli attribuiva la responsabilità dell’esclusione di Arati sono sembrate una forzatura. Per quel poco che lo abbiamo conosciuto il suo silenzio ci è apparsa come un prigionia dalla quale avrebbe voluto liberarsi
Tutto in un girone, quello di andata. Ci si chiede se ci sarà un ritorno.
Certo è che chi arriverà troverà una delle “Pro Patrie” più spogliate della storia. In campo, fuori e sugli spalti. Nonostante le doppie figure dirigenziali, i ruoli doppi dei giocatori e le doppie gestioni della stessa società.
E qui, per favore, non diteci che è colpa di Busto, dei politici, del vin brulè, dei tifosi e della stampa.
Non c'è la fidejussione? Non c'è futuro? Ok, prendiamone atto, ma con dignità, rispetto e attenzione a più di 90 anni di storia. Rispettare la maglia in campo e fuori. E se in campo si prendono i fischi per obbligo di presenza, chi è fuori dal campo si presenti, dica e spieghi quello che ha scelto di fare per non apparire lontano dal gruppo.
Facile dire che occorre essere uniti per vincere, difficile farlo se per primi non si è presenti quando serve. Oppure se si è presenti con assordanti silenzi.

Flavio Vergani

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