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“Un corpo e un’anima” cantavano Wess e Dori Ghezzi e la canzone rappresenta molto bene la realtà in casa Pro Patria.
C’era un corpo animato da un’anima che le dava vita. Un’anima dai comportamenti a volte discutibili, ma sempre coerenti. Un’educazione precisa data a un corpo che doveva essere giovane e di qualità. Giovani ai quali veniva chiesta disciplina ed educazione. In cambio si offriva rispetto delle regole, soprattutto quelle finanziarie, ma non solo. Opportunità per tutti dopo la stage che seppur poco retribuito apriva il mondo dei sogni per i più bravi. Per gli altri, quelli con famiglia, la tranquillità, il rispetto, la gratitudine. Per chi non superava l’esame  la scuola serale con il torneo a sette.
Giovani pescati dagli “Erasmus”, pronti alla tesi finale per laurearsi campioncini. Un corpo vincente seppur a volte sofferente per qualche professore di troppo che li ha precocemente processati in sede d’esame, seppur fossero al primo giorno di scuola.
Il rettore dell’università è lo stesso, ma sono cambiati i docenti. È rimasto il corpo, ma è sparita l’anima.
Tre cambi di allenatore nel girone di andata dopo che in tre anni se ne erano cambiati tre. Non perché scarsi, ma per diversi motivi tutti rispettabili e condivisibili. Una masnada di giovani dei quali solo uno appare pronto per una carriera importante. Uno iscritto al corso precedente che non ha frequentato solo per motivi di salute. Troppi stagisti senza speranza, troppe mezze matricole messe fuori corso per problemi con l’iscrizione che non appare adeguata al dirigente aggiunto che non frequenta l’ateneo.
È rimasto il corpo, si è venduta l’anima. A chi? Perché?
Nessuno mai ci potrà convincere che questa squadra e soprattutto questa organizzazione sia figlia delle precedenti. Troppo diverse, troppo lontane dal modus operandi, troppo figlie dell’improvvisazione, troppo lontane da concetti di investimento sul lungo periodo, troppo vicine al business now or as soon as possible.
Sentiamo parlare di ritiri non svolti e ci chiediamo cosa si sia fatto nella settimana passata nel vicentino. Ci chiediamo il motivo per cui dopo aver compreso che i giocatori non erano fisicamente a posto non si sia prolungata la preparazione in città, magari decidendo di sacrificare le prima giornate di campionato per ultimare la preparazione.
Ci chiediamo il motivo per il quale oggi ci si accorge che manca un centrale difensivo di esperienza, un incontrista e, aggiungiamo noi, un terzino sinistro, dopo aver avuto mille occasioni per far arrivare a Busto queste figure mancanti. Pensare che nel ruolo di centrale di difesa ci sono in rosa: Andersonn, Zaro, Botturi, Gerolino e Lamorte. Giocano in due, ma ne manca ancora uno! A chi vanno fatti i complimenti per le scelte ? A Oliveira? A Monza? A chi altro? Manca un incontrista, vogliamo contare quanti centrocampisti sono in rosa? Fatelo voi, non abbiamo tutto questo tempo per contarli. Ne manca uno? Il treno che da Vicenza andava a Savoia fermava a Busto. Bastava pagare il biglietto ridotto. Il patron afferma che non sarebbe stato gratis come qualcuno osava affermare. Ma, forse,  l’affare si poteva fare. Colpa di Oliveira? Di Monza? Della preparazione fisica?
Con rispetto parlando crediamo che “le pippe” anche se fisicamente preparate, pippe rimangano. Probabilmente correranno un po’ di più, ma non è certo questa la via più semplice per arrivare all’obiettivo.
Meglio l’anima del corpo in questi casi. Un anima costa meno di cinque corpi anche e vale di più.
Se poi quelli che non sono pippe le si mandano dietro la lavagna per mille e un motivo crediamo che riferirsi alla mancanza di preparazione fisica per giustificare le bocciature nei primi esami sostenuti sia esercizio sterile e persino un po’ fuorviante.
Molte analogie, forse troppe con l’anno della retrocessione “tesoriana”, anche in quel tempo era arrivata una camionata di difensori tra i vari Pivotto, Barbagli, Chiecchi e Rinaldi che garantirono una umiliante retrocessione. Anche quell’anno ci fu il valzer degli allenatori suonato a terzine stonate per scelte sbagliate.
Soluzioni? Correre durante la pausa invernale, magari con un ritiro riparatorio, chiarezza nella gestione sportiva con scelte razionali e non istintive o dettate da obiettivi economici sul breve periodo, stop agli alibi e voglia di farcela a tutti i costi.
C’è da sfoltire la rosa, ma occorre anche tagliare le spine. In campo e fuori. 

Flavio Vergani

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