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 Bellissima testimonianza di un tifoso che nonostante viva a Roma riesce a percepire con lucidità e chiarezza quanto sta accadendo in casa Pro Patria. Una lettera emozionante e ricca di ricordi descritti con magistrale abilità. Ringraziamo Shadi e lo invitiamo a condividere con noi altri pensieri sui biancoblu.
Redazione on-line Pro Patria Club



Buongiorno, sono uno studente di giornalismo della Sapienza di Roma nato e cresciuto e Busto e quindi per forza di cose tifoso della Pro.
Ho scritto questo pezzo con un po’ di rabbia.
Volevo sapere cosa ne pensavate voi che più di me state vivendo questa paradossale situazione.
Grazie e buona giornata.

S.C.

IO  CI CREDO
Cara Pro Patria,
era il 21 giugno 2009.
Io e mio padre, con una sciarpa biancoblù al collo, entravamo in uno Speroni in festa. Coreografie in fase di preparazione e casse a tutto volume che diffondevano l’inno della Pro Patria. Il cielo era limpido, due ragazzi all’ingresso distribuivano bandierine bianche e azzurre. Avevo 17 anni e nel cuore un subbuglio di emozioni. Mi frullava in testa l’ipotesi di una quinta liceo con la Pro Patria in serie B dopo numerose lune. Una giornata praticamente perfetta, nella testa i The Killers e negli occhi la tensione di un bambino che aspetta di rivedere il mare dopo un anno. La stagione era stata magica nella sua imperfezione. Un ruolino di marcia da leader, fatto di inciampi societari e giocate di classe, di lampi di genio e cori gridati dentro un megafono mal funzionante. 

Una stagione che, quando il calendario lo permetteva, mi ha portato allo stadio con assiduità. 
Una stagione che mi ha insegnato che si può piangere ad ogni età per qualsiasi cosa, che sia un dettaglio irrilevante in uno scontro di gioco o un filtrante di Correa per Fofana. 
Quel 21 giugno ci prostrammo calcisticamente davanti a una squadra più debole di noi e, quel che è peggio, burocraticamente davanti a una schiera di cravattari che il pallone lo usavano come salvadanaio, non come cuscino nei giorni d’estate al lago con gli amici. 
Quel 21 giugno si è inceppato qualcosa. La macchina perfetta si è surriscaldata, forse non abituati negli ultimi anni a quelle temperature (perché se siamo realisti sappiamo che la Pro è un soldato che lotta con onore e coraggio in trincea, non un generale che impartisce ordini dalla collina, se siamo onesti la Pro è un giocattolo di cristallo come Carlo Trezzi, non un panzer da sfondamento, e in fondo è meraviglioso così). 

Quel 21 giugno un folletto di nome Di Nardo ha preso i cuori di 5000 persone assiepate sugli spalti di uno Speroni che somigliava a una melagrana appena aperta e li ha lanciati in un roseto. 
Quel 21 giugno è iniziato un processo di imbarbarimento. Da poeti un po’ matti a schiavi di decisioni altrui, da esperti corridori a mercenari senza barba sulle guance, da romantici allenatori a manager in giacca e Hogan incapaci di imbastire un progetto serio. La retrocessione e la promozione si collocano in un limbo di cui non riesco ad apprezzare nemmeno le gioie di Casale. 
Inutile perdere del tempo a raccontare l’infernale valzer societario che si è prospettato in via Ca’ Bianca. Inutile perché non è lo scopo di questa lettera.
Quel 21 giugno eravamo sull’Olimpo e abbiamo deciso di tuffarci nel nulla. 
Oggi siamo qui, ultimi in classifica e senza alcuna prospettiva. 
Oggi siamo condannati. E forse lo siamo da tempo.
L’Olimpo è lontano, lontanissimo. Siamo nel nulla. È come se fosse un 21 giugno ribaltato, come se fosse il negativo di una foto di quello stadio gremito, come se fosse la stessa situazione con i poli invertiti. 
Ma se in quel giorno di primavera che evolve in estate abbiamo sbagliato tutto non è forse possibile recuperare, almeno in parte, oggi, in questo freddo inverno? Non è forse possibile riprenderci un pezzo di quella Pro che ci è stata portata via da valigette, fidejussioni e clown incravattati?



Meno scarpette colorate allora, meno scotch sui calzettoni, meno pettinature da Serie A, gettiamo il cuore oltre l’ostacolo, bombardiamo le porte avversarie di rabbia e muriamo le nostre con l’orgoglio, rimettiamoci le fasce da capitano abbandonate e proviamo a giocare, e perché no, perdere, ma con lo stesso spirito con cui quei 5000 tifosi, quel pomeriggio, dopo la sconfitta presero ad applaudire senza remore, consci di un tradimento che si era consumato davanti ai loro occhi. 

Al cuore si comanda eccome, e voi lo sapete bene. 
Regalateci non dico la salvezza, ma la speranza che si possa comunque tentare di prendere un’utopia e fissarla negli occhi, in segno di sfida, fino a che non sarà la signora matematica a schiaffeggiarci.

Io non ho smesso di crederci, come stupidamente non smisi quando accorciammo le distanze, quel maledetto 21 giugno. 
Fatelo anche voi, giocatori, allenatori, staff e dirigenza, presidente compreso. Fatelo, non per voi stessi se proprio non volete, ma per chi, ogni santa domenica, vi segue: allo stadio, in streaming, via radio. Fatelo per me, per mio padre, per chi si abbona, per chi è deluso e per chi non mollerà mai nemmeno in serie D, per chi si arrabbia, ma vi ama lo stesso, per chi contesta e per chi si è preso polmoniti, insolazioni e febbri equatoriali per venire a vederci giocare. 

Scrivete con noi una storia che profuma di impossibile e di perdono, di redenzione e di estate. 
Ho la certezza che sarà così. 
Perché il bianco e il blu sono, sempre e comunque, i colori dei sogni. 

S. C. 

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