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Una squadra di escursionisti esordienti o quasi partiti verso l’impresa con uno zaino più pesante per la consueta penalizzazione. Una squadra alla quale l’uomo del colle, che non sta nella reggia, ma a Reggio, ha fornito un navigatore satellitare con un software farlocco made in Monza, che indicava il sud al posto del nord e l’ovest al posto dell’est. Un cammino con pochi rifugi dove trovare conforto per l’assenza costante dei proprietari, una scalata affrontata graffiando la roccia con le unghie, senza protezione alcuna. Una continua esposizione al rischio di cadere nel crepaccio per l’incauta strategia di chi non guardava alla vetta come traguardo finale ma solo per mettere timbri sulla tessera del Cai, per poi passare all’incasso quando completa.
Alpinisti esordienti illusi da ripetuti cambi di capocordata che seppur diversi tra loro non hanno saputo invertire la rotta indicata da una bussola truccata.
Quante illusioni di toccare la vetta e quante cadute prima di poterla gustare. Un gruppo di ragazzi ai quali è stato chiesto di scalare l’Everest con l’equipaggiamento dei boy scouts. Colpa delle cordate mancate che fin dallo scorso estate avevano garantito la sponsorizzazione per poi sciogliersi come neve al sole.
Corde sfilacciate, zaini pesanti, bussole starate per arrivare a un passo dal baratro. O meglio, per finire nel baratro. È rimasta accesa solo una torcia con un filo di luce che ha permesso di localizzare i dispersi.
Un soccorso arrivato da lontano, un inviato speciale che dalla reggia è volato sul crepaccio calando una corda, questa volta solida e resistente.
Sono arrivati i "montanari" veri per scalare la montagna veri e i “palumbari” per andare a fondo nel crepaccio e liberare la vittima dai morsi dell’acqua gelata, via i monzesi e spazio ai “pisani”.
Ora è una squadra di montanari veri e niente è impossibile. Neppure il miracolo. Che poi sia dal vangelo secondo “Pietro” o dalla prima lettera dei Filippesi ai bustesi, poco importa.

Buon viaggio Pro Patria!

 

Flavio Vergani

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