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Christian Crespi ci invia una particolarissima rassegna stampa scovata dal suocero. Un articolo del Corriere della Sera dove il Presidente della Repubblica ricorda i tempi passati citando la Pro Patria del 1929.
Grazie a Christian per aver condiviso questo particolare articolo


Il doppio binario del leader pd
per tenere diviso il centrodestra.


Corriere della Sera 04/02/15
corriere.it
Qual è il vero Renzi? Quello che di mattina parla con Alfano per ricomporre lo «strappo Quirinale»?Quello che a detta di autorevoli ministri del Pd propone all’alleato di governo un’agenda programmatica «a medio termine» e non gli mette pressione sulle scelte per le Regionali? O quello che di sera —a favore di telecamera — insiste a bacchettare i «partitini»,mandando in bestia i dirigenti di Ncd? Qual è il vero Renzi? Quello che minaccia politicamente Berlusconi, prefigurando la sua emarginazione se Forza Italia dovesse rompere il patto del Nazareno sulle riforme? O quello che ammicca il fondatore del Biscione, annunciando un passo indietro di Palazzo Chigi sull’affaire Telecom-Mediaset per lasciare libertà d’azione al mercato? 

Il vero Renzi è il doppio Renzi, quello che ritiene di non aver rivali nel Palazzo e di far presa nel Paese, perché grazie al «bazooka»di Draghi, l’euro competitivo per le esportazioni e un filo di ripresa, il «treno Italia presto ripartirà». E lui è oggi l’unico a viaggiare in prima con un posto finestrino: gli altri, l’alleato di maggioranza e l’alleato di opposizione devono arrangiarsi. La strategia del leader pd — applicata anche per il Quirinale — non cambia: l’obiettivo è continuare a tener divisi i due tronconi dell’ex Pdl. E con Renzi che per un verso presidia il centro e per un altro assorbe la sinistra, la destra è sospinta verso l’estrema, nelle braccia di Salvini. 

È vero, le Regionali potrebbero essere l’occasione per ripristinare i rapporti tra Forza Italia e Area popolare, e infatti Lupi dice che «il dialogo tra noi continuerà». Ma la spaccatura verticale nel partito berlusconiano e la bufera che si è scatenata nel fronte alfaniano dopo l’elezione di Mattarella al Colle, rendono complicata l’operazione. Anche perché il leader della Lega — in modo speculare a Renzi — si muove per impedire che si strutturi un blocco capace di mettere il Carroccio di nuovo al traino. «A Salvini ci penso io», aveva spiegato Berlusconi al suo ex delfino quando s’incontrarono. Ma Salvini si muove rapidamente, e l’idea di accomunare la manifestazione di Roma con Fratelli d’Italia all’inizio di marzo conferma che il capo del Carroccio non lavora all’intesa con i vecchi alleati: mira ad annichilirli, con una linea «anti Renzi» e«anti Nazareno».

 Il punto è se il segretario della Lega vorrà spingersi fino alle estreme conseguenze, se cioè sarà disposto a rischiare una sconfitta alle Regionali sull’altare del progetto nazionale. Perché in Veneto il suo governatore uscente Zaia non sembra voler fare a meno degli alleati tradizionali. E in Forza Italia, autorevoli dirigenti avvisano che «se noi facessimo un accordo con Ncd per tutte le regioni e la Lega si rifiutasse, allora correremmo da soli». C’è del vero o è solo una minaccia? E soprattutto, Berlusconi concorda con la linea di rottura che sancirebbe di fatto la nascita di un «blocco popolare» in competizione con quello leghista? Quella battuta, quel «ci penso io con Salvini», non sembra farlo presagire. E al momento mancano le condizioni per una rinnovata intesa che vada da Ncd al Carroccio, nonostante i sondaggisti concordino sul fatto che la maggioranza degli elettori dell’ex centrodestra — compresi quelli della Lega— la vorrebbe. Il fossato è profondo. Come non bastasse, Renzi sta cercando di accentuarlo, mettendo Area popolare davanti a un bivio alla vigilia delle Regionali: cos’è quell’idea di arrivare «fino al 2018 con Alfano», se non la riproposizione dello schema con cui tenere diviso ciò che prima era unito? Oggi — anche in caso di riunificazione del centrodestra — una sua vittoria alle prossime elezioni politiche sembrerebbe scontata. Ma di qui all’appuntamento con le urne, cioè fra almeno due anni a meno di clamorose sorprese, Renzi vuol viaggiare senza problemi (e da solo) in prima. Anche perché è proprio grazie a questa strategia che immagina di tenere a bada anche la sinistra del suo partito, che dopo l’ascesa al soglio repubblicano di Mattarella non intende fermarsi, e prova a dare un altro colpo di piccone al patto del Nazareno: sull’impianto della riforma costituzionale, sulla legge elettorale e sulla delega fiscale che contiene la famosa norma «salva Berlusconi». 

Renzi ne è consapevole, e c’è un motivo se ieri a Porta a Porta — dopo aver rilanciato la «maggioranza per il governo» — ha detto che«l’Italicum non si tocca»: il premier torna a farsi scudo della«maggioranza per le riforme» per non farsi catturare dalla«maggioranza per il Quirinale». E in più si fa campione della sinistra, schierandosi con Tsipras alla testa di una sorta di movimento per i diritti politici ed economici di una nuova Europa. Qual è il vero Renzi? Tutti e due. Anzi, tutti e tre. E nessuno riesce ad afferrarlo. Per ora.

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