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Ad alcuni il calcio moderno ha suggerito il “falso nueve”, a noi ha regalato la nuova figura del “presidente a sua insaputa”, come quel ministro di berlusconiana memoria.
Una sorta di presidente “inesistente”, per dirla alla Calvino, a coprire le azioni del “barone rampante” che ha da tempo rivolto le sue attenzioni ad altra città.
Uno scherzo, un gioco di prestigio, un colpo di teatro, quello andato in scena a Busto Arsizio?
Così parrebbe; d’altronde questo è il paese in cui tutto è possibile (basta avere gli amici giusti che guardano altrove al momento giusto) e questo è il calcio che ha stravolto il concetto di “mutualità” che ora significa: io vi garantisco i contributi che vi permettono di sopravvivere ed atteggiarvi a grandi imprenditori e voi state “muti” ed alzate la mano.
Pensavamo di averne viste abbastanza ed invece ci è toccato in sorte anche un presidente a gettone, in carica giusto il tempo per togliere dall’imbarazzo il Patron.
Dopo i Pattoni, inviati solo a ricevere insulti per conto terzi, o i Manenti, inseritisi in una fine annunciata per tentare di ricavarne qualcosa (non avendo forse nulla da perdere), ecco ora a Busto assurgere alle cronache la nuova versione del “presidente figurante”, ovvero una brava persona che si presta a recitare una parte per aiutare l’amico di un amico.
Se non fosse già accaduto, diremmo che ci manca solo un cane alla presidenza, certi che se non altro troverebbe più facilmente la strada per Busto, anche partendo da Modena, Bergamo o Reggio Emilia.
Fatta la tara alla nostra delusione e sgombrati il campo e la mente da ogni pregiudizio in relazione a chi possa avere orchestrato tale rappresentazione, quanto accaduto va comunque ad arricchire il nostro interminabile rosario di colpi di scena, un’ulteriore tappa di una personalissima via crucis.
Il sedicente neopresidente è apparso dal nulla e nel nulla sembrerebbe essere tornato, dopo la contrita conferenza stampa in cui poche  ed imbarazzate parole hanno cercato di spiegare una scelta apparsa senza presente né futuro.
Assolutamente solo nella sua nuova avventura, senza progetti tecnici o prospettive di medio periodo, per sua stessa ammisssione non particolarmente facoltoso e comunque senza alcun rinforzo in dote per la squadra, egli ha risposto alle incalzanti domande di stampa e tifosi con un’espressione da “nun ce volevo venì”.
Con il nome Pro Patria scritto sul dorso della mano, come a scuola, ed alcune frasi mandate a memoria, ha messo in mostra un entusiasmo “da camera ardente” ed ha cercato di convincere, e convincersi, di essere il nuovo acquirente delle quote societarie.
Ovviamente, nel suo caso, la fidejussione è diventata improvvisamente non più rilevante né uno scoglio invalicabile ed altrettanto ovviamente lo scarno mercato di riparazione da lui messo in atto prima di evaporare è consistito, Pisani a parte, nell’arrivo di un tecnico e due ulteriori eccedenze in uscita da una squadra a noi tristemente familiare.
E dire che il povero presidente sarebbe anche tornato allo Speroni ma proprio non era più riuscito a ricordarsi il nome del paesino in cui gli era stato chiesto di recarsi, oltre a non rammentare neppure per quale motivo ci fosse andato.
Né ricordava il nome di quella strana squadra di cui si era dovuto dichiarare entusiasta.
In alcune occasioni, aveva persino telefonato all’AIA per protestare a fronte di alcuni arbitraggi, ma poi si era completamente dimenticato per quale squadra telefonasse ed aveva dovuto agganciare.
Una volta aveva pure provato ad entrare negli spogliatoi per incitare i ragazzi ma si era infilato nello sgabuzzino degli attrezzi ed il suo discorso era andato a beneficio di scope e rastrelli.
In tribuna poi una noia mortale, pregando il cielo che non gli venisse più chiesto un simile sacrificio.
Ora si doveva districare fra mille impegni, avendo promesso di presentarsi quale nuovo presidente in almeno una decina di società in difficoltà; tutto stava nell’imparare bene cosa dire cambiando ogni volta il nome della squadra per non incorrere in gaffes pericolose.
Però con Vavassori si era un po’ risentito: ma come, aveva detto, vi faccio questo favore e non resisto nell’organigramma neanche 48 ore, giusto il tempo di sparire per consentire a chi di dovere di votare per salvare non il calcio italiano ma il padre di tutti i bonifici, colui che tutto può lassù dove si regna in eterno?
I soliti cantori nostrani stanno ovviamente cercando di non citare troppo questo presidente “desaparecido”, per non eccedere nella dimostrazione della propria credulità e non scivolare troppo nel ridicolo.
Sembrava fosse un presidente ed invece era un calesse, così come tante altre componenti di questa triste stagione parevano in un modo per poi deludere le promesse; i rinforzi di categoria assicurati al “sedotto ed abbandonato” Serafini, i sicuri acquirenti, anche esterovestiti, scioltisi come neve al sole, gli allenatori ed i giocatori un tanto al chilo.
Nulla ci siamo fatti mancare quest’anno, tranne la serietà.
Nel teatrino biancoblu si muovono ormai troppe compagnie di giro, teatranti senza arte né parte accanto a registi con ego smisurato che realizzano una commedia con il pubblico di Busto spettatore mal sopportato ed alcuni noti critici plaudenti ed in estasi ad ogni battuta dell’istrionico capocomico.
Marco Grecchi                                         

 

 

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