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Calma piatta in campo e mister Montanari che parla di difficoltà “di testa” e di ambiente che rendono difficile la vita dei tigrotti. Parole consuete del mondo del calcio che vive a mille miglia dalla realtà quotidiana. Basta guardare la tabella di allenamento dei calciatori che prevede un giorno libero, una gara di campionato, un giorno di doppio allenamento e tutti gli altri con inizio alle 14,30 e raffrontarlo con le otto ore minimo di un normale lavoratore per capire quanto siano incomprensibili tali giustificazioni.
Ogni giorno, che tu sia leone o gazzella, alzati e corri questo è quello che viene chiesto ai lavoratori…se sei tigrotto dovresti farlo il doppio, senza scusanti, senza giustificazioni, senza paure. Ambiente? Quale ambiente? Un professionista è tale quando da gestire le tensioni proprie e dei collaboratori, è professionista quando è chiamato a svolgere il proprio lavoro nonostante la crisi, nonostante il mercato competitivo, nonostante la congiuntura economica portando risultati all’azienda per la quale lavora. Un duro lavoro che assorbe ogni energia fisica e mentale. Ambiente? Quale manager può giustificare le scarse performance al proprio datore di lavoro ricorrendo a motivazioni ambientali? E poi, seppur continui la latitanza della dirigenza reale o fittizia che sia, l’ambiente sembra che paghi gli stipendi per cui anche questa giustificazione non regge. Una squadra che in due partite casalinghe non segna uno straccio di goal e tira in porta un paio di volte crediamo debba farsi altre domande e darsi ben altre risposte.
Ci sono valori tecnici noti come quelli di Pisani, Serafini, Calzi e Baclet da cui ripartire, occorre però capire i motivi per i quali il loro atteggiamento sia così mansueto. Non vediamo in campo plateali atteggiamenti di sprone verso i compagni, non notiamo un gruppo coeso, non avvertiamo l’ “uno per tutti e tutti per uno”, non rileviamo mutualismo e assistenzialismo reciproco. La sensazione è che ognuno pensi un po’ a se stesso con obiettivi già proiettati al futuro che probabilmente li vedrà tutti o quasi lontano da Busto.
Non si ode nemmeno la voce del padrone, perché neppure si sa neppure chi sia il padrone, anche se tutto lascia pensare che sia sempre lo stesso. Non si ode la voce del direttore sportivo che a nostro avviso dovrebbe fare la voce grossa per stimolare la truppa. In altri tempi ci si era attaccati a gente forte e carismatica che si era presa in carico tutte le paure dei più timidi scuotendoli e rassicurandoli. Pensiamo a Tramezzani, per esempio, ma anche a tigrotti forgiati con l’acciaio inox come Carmelo Dato.
Due giocatori che “legnavano” in campo e fuori, avversari e compagni, pur di trasmettere il sacro furore della battaglia. Questo è il vero problema dell’ambiente, ambiente interno allo spogliatoio, non esterno.
Infine, ieri era presente il sindaco Farioli  che ha voluto dare un segnale in questo momento di difficoltà alla squadra.
Sarebbe stato bello vederlo seduto di fianco al presidente della Pro Patria, ma non c’era. E gli assenti hanno sempre torto.
Peccato, comunque crediamo sia opportuno pensare al prossimo anno. Una squadra di serie D dovrebbe avere costi di gestione abbordabili dalla opulenta Busto Arsizio. Cominciamo a pensarci. Se poi dovesse andare meglio con la permanenza in Prima divisione le cose non cambiano. Occorre pensarci allo stesso modo. Subito.
In città si continua a dire che un gruppo pronto per rilevare la società esiste ed ha tutte le carte in regola per farlo, ne segue che se così fosse occorre darsi una mossa. Se invece, come qualcuno dice, è il proprietario che non si è ancora deciso a venderla, si entri nel dettaglio e si spieghino i motivi.
Se veramente si è convinti di non iscrivere la squadra, questo è il momento di dichiararlo pubblicamente, non solo in via Milano.
Si invece si è ancora indecisi, ci si decida.
Flavio Vergani

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