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La Pro Patria perde per uno a zero con il Como e rimane inchiodata all’ultimo posto in classifica in perfetta solitudine dopo la vittoria del Pordenone con l’Arezzo.
Gara da analizzare sotto due punti di vista. Il primo dice che il Como ha una qualità migliore della Pro Patria con i vari Ganz, Cassetti e Le Noci e la differenza si è vista tutta in campo. Per cui vittoria meritata. Il secondo dice che sono stati due gli episodi che hanno influito pesantemente sulla gara: l’atterramento di Serafini da parte del portiere lariano che l’arbitro non ha considerato fallo con conseguente espulsione dell’estremo difensore  per fallo da ultimo uomo e l’assegnazione del calcio di rigore al Como dopo un’azione che sembrava viziata da fuorigioco.
Nel dubbio si fischia contro la Pro Patria. Questa sembrerebbe la sintesi di quanto visto oggi e non solo oggi sposata da mister Montanari nel dopo gara. Il mister chiede rispetto anche se siamo sul fondo della classifica, ma forse una società con il presidente uscente che passeggia nel centro di Busto la vigilia della gara e l’entrante che ancora una volta non era presente allo stadio, ha poco da reclamare sull’argomento.
 Ma, vorremmo approfondire anche un terzo tema, peraltro già affrontato in settimana. Ossia la disposizione tattica della Pro Patria che continua ad essere improntata al passato con quattro attaccanti. Mentre nel passato si segnavano valanghe di reti, oggi questo non accade e seppur mister Montanari affermi che se ne subiscono meno, la realtà dice che la partite di perdono come e più di prima. Rivedere il modulo continua ad essere un imperativo. Mister Montanari non esente da colpe quando dopo l’infortunio di Taino non opta per l’inserimento di Zaro in mezzo alla difesa con spostamento di Pisani o Lamorte sulla fascia, ma sceglie Arati. Il giovane centrocampista mal si adatta alla nuova posizione e viene saltato come un birillo dal diretto avversario dotato di velocità doppia. L’azione che porterà al rigore lariano arriva proprio dalla fascia di Arati, ma non sarà quello l’unico pericolo.
Passiamo quindi all’epilogo della giornata con lo sfogo di Serafini in sala stampa dopo che la curva lo ha insultato. Il Capitano annuncia che non porterà più il figlio allo stadio dopo le offese ricevute e che nota rassegnazione sui visi dei giornalisti e dei tifosi. Lui si ribella a chi si sente già in serie D e conferma che lotterà fino all’ultimo per salvare la Pro Patria. Il proposito è legittimo e condivisibile, ma a chi gli fa presente che la squadra non sta lottando come dovrebbe  e come ci si aspetterebbe,    Serafini risponde con un laconico e fin troppo scontato: “facciamo tutto quello che la condizione odierna ci permette di fare”. Un po’ poco aggiungiamo noi, troppo poco. Inutile cercare colpe negli altri se prima non si cercano le proprie. In campo oggi abbiamo visto giocatori spenti, poco reattivi sotto il profilo fisico e completamente  in balia dell’avversario nei primi venticinque minuti. Questo è il punto della demoralizzazione serpeggiante che sta trasformandosi in rassegnazione. È da inizio campionato che si coniuga il ritornello del “stiamo lavorando” senza che si vedano risultati. Non si notano miglioramenti, anzi, l’attacco è proprio il reparto che ha subito l’involuzione più netta. È questo che occorre spiegare ai tifosi. Si spieghi il motivo per il quale non si lotta su tutti i palloni come una squadra all’ultima spiaggia dovrebbe fare. Si spieghino i motivi per i quali la squadra ha sempre due marce in meno degli avversari. Inutile far presente che si lotterà fino alla fine. Questo è scontato per il fatto che i giocatori saranno pagati fino alla fine per fare il loro lavoro. Per cui sarebbe sorprendente il contrario. Se i giocatori per mille motivi al momento non sanno  offrire un rendimento accettabile, si accetti anche che i tifosi in questo momento non sappiano essere perfetti nel proprio comportamento per altri evidenti e comprensibilissimi motivi.
Ci sembra però inutile e stucchevole ripetere esercizi del passato che riemergono con puntualità ogniqualvolta ci si sente messi in discussione attribuendo la colpa sempre ai soliti.
In campo non vanno i tifosi, vanno i calciatori, per cui ...
È da luglio che i tifosi sopportano sconfitte sul campo e fuori, pensare che anche questa volta la causa dei mali della Pro Patria risiedano sui gradoni dello stadio fa solamente sorridere. Ammesso che ci sia ancora qualcuno cha abbia voglia di farlo.

Flavio Vergani

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