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Ho un modesto sogno in questo Paese che trasporto fino al nostro stadio: che qualcuno si alzi e dica “Scusate, è colpa mia”. 
Base imprescindibile per correggere l’errore è riconoscerlo, altrimenti di che stiamo parlando? In queste ultime settimane, abbiamo visto un’unica vittoria, quella contro il Südtirol e abbiamo applaudito con vigore i tigrotti in quell’occasione. Va detto che a lungo, anche in caso di amare sconfitte, non ci siamo tirati indietro. Poi è arrivata Mantova e – peggio ancora – la partita casalinga contro il Como, in cui abbiamo visto ben poco e comunque non quello di cui sentiamo parlare: la volontà di non arrendersi. 
Abbiamo udito, invece, di chi è la colpa. Degli altri, immancabilmente. La svista arbitrale, i tifosi che non ci credono. E’ sempre stato così, o meglio nella recente storia della Pro Patria:  in campo e fuori. 
Ah, vorrei solo che quel sogno si realizzasse; allora mi rimbocco le maniche e ci provo io, visto che qui non si muove foglia. 
Scusate se non ho messo sottosopra costantemente la porta avversaria, come dovevo fare da Cenerentola della classifica che non vuole cambiare il corso antico delle favole ma cerca la sua rivincita come da copione. Scusate se non ho sfruttato le – poche – occasioni. Scusate se non ho segnato uno straccio di gol. Scusate se ieri dovevo onorare la memoria di Cavigioli e invece non sono stata abbastanza tigre.
Accidenti, mi risveglio: ma io sono solo una tifosa. Tutto questo non lo potevo fare. Non importa, chiedo scusa lo stesso, perché qualcuno lo deve pur fare. E, per rientrare nel mio ruolo, chiedo perdono anche se non sono stata una brava tifosa, perché di certo avrei potuto spronare una volta in più, non avrei dovuto stracciarmi le vesti davanti alle blande azioni sfumate e dovrei essere persuasa che non è finita, che c’è ancora speranza.
Che poi di quest’ultimo fatto, sono convinta ancora, pensate che follia. Ma credo anche che non ci sia salvezza senza autocritica, persino eccessiva se serve. Non per demolirsi, al contrario per guardarsi negli occhi una volta per tutte e ricaricarsi in qualche modo, ribellarsi alla sorte che appare tracciata partita dopo partita. 
Contro il Pordenone è l’ultima, ultimissima occasione. Se la perdiamo, Cenerentola non vedrà più comparire alcuna carrozza. E non le servirà più a niente dare la colpa a matrigne, sorellastre crudeli, fate imprecise, perché la favola sarà finita.
Io sono matta, ci sono e ci credo ancora: voi ragazzi, oltre che dirlo, lo dimostrate? 
 Vi ringrazio e scusate ancora.
Marilena Lualdi
Giornalista de “La Provincia”

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