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Avvenire è il quotidiano di ispirazione cattolica di proprietà di un organo della Conferenza Episcopale, noto per il suo rigore etico e per il suo attento linguaggio comunicativo.
Un giornale che tratta lo sport in modo particolare, niente cronaca, ma approfondimenti a sfondo sociale affidati a giornalisti ad altissima moralità.
Il 2 Aprile (pag 27) è stato pubblicato un articolo firmato da Andrea Saronni titolato: “Lombardia, il pallone sgonfiato”, che trattava la crisi del calcio lombardo. I riferimenti erano per il Milan che starebbe perdendo la sua italianità con la cessione ai cinesi, il Brescia e il Varese che occupano il fondo della classifica di serie B e la Pro Patria che occupa l’ultimo posto del campionato di Lega Pro.
Unica eccezione celebrata la Giana Erminio, il cui presidente Oreste Bamonte ha investito un milione e mezzo di soldi propri per ristrutturare lo stadio fidelizzando da vent’anni il proprio allenatore Cesare Albè.
Bene, dove sta la notizia vi sarete chiesti? Più che notizia emerge dall’articolo dell’“Avvenire” una anomala normalità di questi tempi di cui è vittima la Pro Patria. Nonostante la stessa abbia un presidente che avrà tutti i difetti del mondo ma non quello di non retribuire i calciatori o non pagare i fornitori, il luogo comune si è infiltrato persino in redazioni giornalistiche non avvezze al sensazionalismo e al clamore a tutti i costi, squalificando la dirigenza, la squadra e la città con informazioni generate da una percezione di abbandono societario che viene letto nel modo sbagliato. Il giornalista affianca la realtà bustocca ad altre ben più meritevole di citazione, generalizzando la situazione senza i dovuti distingui. Colpa del giornalista? Forse si e forse no, ma la riflessione deve avere altri punti di partenza. Purtroppo l’agonia della Pro Patria è nota a tutti, ma non è una sofferenza finanziaria, purtroppo i media non a conoscenza dei dettagli di questa anomala normalità, accomunano, generalizzano, associano e questo fa male a tutti, perché nessuno merita i riferimenti scritti. Ma, forse, è venuto il momento di sottrarsi a questo gioco al massacro regalando normalità e tranquillità alla Pro Patria e a chi comunque ha sempre onorato gli impegni economici per questa squadra. Per passione o per interesse non è questo il punto, il punto è riconsocere che la Pro Patria non è esperta in reiterati fallimenti. Perché, come articolo dimostra, in questo mondo non sempre conta essere persone inappuntabili e professionisti stimati e con solide basi economiche per essere esenti da valutazioni sommarie.
 Il rischio di essere paragonati a mezze figure, figure sfumate o avventurieri è altissimo, anche se come nel nostro caso, la qualifica è del tutto inappropriata, da qualunque parte si stia.  Ma, per evitare che le anomale normalità generino malintesi, meglio mettersi al riparo. La soluzione? Forse l'ultima parte dell'articolo dell' "Avvenire"indica la strada.
Ecco quanto scrive Andrea Saronni: “Per le consorelle più piccole ( del Milan), per i sodalizi che da sempre hanno fatto dal corollario territoriale alle ex magnifiche il buio è sempre più fitto. Le fondamenta del sano tessuto socieO–economico dei rispettivi bacini d’utenza sembrano improvvisamente crollare, dissolte, ed ecco club, nomi ben presenti nella memoria, di ogni tifoso anche distante, annaspare disperatamente alla ricerca di un appiglio o forse già prepararsi ad affogare. Il Brescia, il Varese, il Monza e la Pro Patria, reduce dalla più insistita reiterazione di fallimenti del mondo professionistico italiano, sono tutte in piena crisi societaria o stanno cercando di rialzarsi, di rimanere in vita, mantenere almeno la categoria. Fare calcio abbinando risorse e programmazione e oculatezza sembra diventata una impresa impossibile in zone in cui il pragmatismo degli industriali è sempre andato a braccetto con la loro passione. Ora, pressochè tutti questi sodalizi di degnissima tradizione stanno passando attraverso forestieri, figure sfumate (eufemismo, vedi neo insediato presidente del Varese Pierpaolo Cassarà: molto folklore, incerte disponibilità), in certi casi anche di veri e propri avventurieri. E i residui nativi che potrebbero invece lanciarsi nel salvataggio e nella ricostruzione, preferiscono rimanere nel locale, nel piccolo, costruire calcio senza la spada di Damocle di sbilanci e piazze comunque esigenti. 

Flavio Vergani

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