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Dentro di me scorre stancamente il video di questi novanta minuti, che ci hanno rispediti giù, senza pietà, in serie D. E chi, perché avrebbe dovuto avere pietà?

Siamo tutti concordi: non era nemmeno un filmato, bensì una fotografia. Quella scattata all’inizio del campionato e rimasta lì stampata davanti agli occhi: abbiamo sfogliato pagine diverse in questa controversa e dolorosa stagione, ma il finale era già scritto. Smontare ciò che era stato costruito negli anni scorsi, si è rivelata l’impresa più facile, anche se incomprensibile.

Nonostante gli scatti d’orgoglio, il tentativo di raddrizzare la strada da parte di Montanari, i ragazzi che sono cresciuti, tornati, arrivati. Nonostante l’allontanamento delle mele marce.

Niente ci ha potuto salvare. Non che non ci avessimo creduto: abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo, e anche un po’ di più.

Ieri, terminato tutto, come un incubo puntuale e irreversibile eravamo a fissare un campo che si scoloriva. Ci siamo già passati, ma forse nessuna volta aveva offerto questo sapore così amaro. Qualcuno si è meravigliato di questa retrocessione avvenuta senza contestazioni fiammeggianti. Ma con chi dovevamo prendercela? Con i tigrotti piangenti, no. Con qualcun altro, che neanche abbiamo voglia di nominare, e da un pezzo, non ci interessa più.

Qualcuno, ancora, ci ha visto come sotto anestesia. Eppure, vogliamo credere che non sia così.

Non può essere rassegnazione, la nostra. Un minuto dopo, intontiti e sofferenti, diversi di noi erano già a controllare l’orario della presentazione dell’associazione per i cento anni della Pro, con Paolo Tramezzani e Giannino Gallazzi a guidare la truppa giovedì. Alcuni sentenziavano: era prevedibile questo smacco, ma adesso si riparte. C’era anche chi commentava: adesso basta orario spezzatino, almeno avremo le partite la domenica.

Non è tentativo di autoconsolazione a tutti i costi. E’ voglia di andare avanti. Soprattutto, di voltare pagina e di stracciare cartacce che non c’entrano con la nostra storia. Non sappiamo cosa accadrà della Pro Patria. Ma dentro di noi  c’è questa sensazione, che assomiglia a una consapevolezza:  nessuno ce la può levare, nessuno la può far retrocedere dentro di noi. Quella, è una fotografia che non vedrete mai da nessuna parte.

Marilena Lualdi

Giornalista de “La Provincia”

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