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Cent’anni di storia infangata da un male curabile, se solo il dottore avesse ascoltato i sintomi. Ma, questa volta i pronostici scritti sui magici foglietti dove ci si illude di scrivere la storia in anticipo, non sono andati a buon fine. Peccato, era il pronostico più semplice da indovinare.
Le metastasi del male hanno fatto il loro corso e neppure ci si è accorti che a Gennaio non tutte erano state estirpate.
Persino i vavassoriani più convinti hanno alzato bandiera bianca, con stile e senza ammettere con chiarezza di aver sottovalutato il problema, ma con clamorosi gesti annunciati dopo aver a lungo acclamato e difeso il proprio paladino senza macchia.
Crediamo conti poco e abbia poco senso l’intenzione di non tornare più allo stadio, il dopo Padova sarebbe dovuto bastare, ha più senso riflettere sui motivi per i quali si è data fiducia incondizionata a taluni,  combattendo con forza ogni voce contraria alle proprie convinzioni che annunciava il pericolo.
Concedendo immunità sempre e comunque ai soliti noti, squalificando le opinioni di chi si considera a torto  o a ragione dall’altra parte, bollare una parte di tifoseria come “anti vavassoriana”e quindi priva di qualsiasi verità, vivere la quotidianità con il paraocchi sposando la politica del “podu no parlà” in costante attesa dell’arrivo dei nostri da Novara che hanno centrato l’impresa di andarsene prima ancora di arrivare, guardare dall’alto in basso chi osa dissentire, sentirsi artefici della storia attuale per grazia ricevuta, ha chiuso gli occhi a più di un tifoso e non solo. Adesso le lacrime sono quelle del coccodrillo.
Certamente lo spessore manageriale di Vavassori, la sua capacità imprenditoriale, la sua profonda conoscenza del calcio e la sua frequentazione dei massimi vertici federali sono stati vissuti come una garanzia, un’assicurazione che proteggeva da qualsiasi rischio. Una “kasko” in grado di riparare ogni eventuale danno con un rimborso immediato ai tifosi. Tifare per Vavassori era persino semplice in quanto lo stesso incarna il profilo del vincente in tutti i settori nei quali ha scelto di competere.
Non sembrava possibile che non fosse stato in grado di valutare il rischio. Un rischio noto al mondo intero grazie al passato che parlava per il presente.
In molti si erano illusi che il gatto giocasse con il topo e che le strategie imprenditoriali del patron potessero imbrigliare un gruppo di sprovveduti in cerca di facili affari.
Stavolta non è andata così, nonostante tutti lo avessero messo in guardia e ad un certo punto implorato a tagliare il cordone ombelicale con il governo ombra. Glielo hanno detto giocatori, giornalisti attendibili e persino quelli inattendibili che, e qui sta il colmo, sapevano in maniera attendibile con chi avesse a che fare Vavassori. Suvvia, se lo sapevano loro…
Glielo ha detto anche l’unico che in tempi non sospetti ha affrontato di petto Ulizio e l’armadio a sei ante  che si portava appresso intimandogli di levare le tende da Busto. Un gesto forte, purtroppo isolato, ma a quei tempi non era forse ancora ben chiaro il rischio per mancata conoscenza della situazione.
Ecco, forse qui qualcosa ci dobbiamo imputare, il trattamento Tonellotto non è mai stato attivato e i Lanzichenecchi hanno imperversato impunemente, nonostante tutti avessero la certezza di essere ostaggi del nemico.
Certo è che dire e scrivere è un conto e lo fanno in molti, combattere è un altro conto e in genere si parte in molti, ma si arriva in pochi.
Il futuro della Pro Patria è quanto mai incerto al di là del risultato sul campo di una squadra che oggi più che mai acquista di valore. Se è arrivata fin qui cedendo molte partite agli avversari a causa del dolo di qualcuno, vuol dire che senza quei qualcuno ogni impresa è possibile.
Dopo parleranno i tribunali, ma ci aspettiamo che comunque vada chi ha sbagliato risarcisca la passione di questa piazza umiliata e maltrattata con gesti forti che possano garantire un’immediata risalita ai nostri colori.
Risalita in campo, ma anche in credibilità spazzando via ogni ulteriore macchia del passato con un progetto importante che sposi un modello etico sportivo esemplare.
Ogni situazione di crisi nasconde sempre delle opportunità, occorre coglierle. Il nuovo corso dovrà scendere nelle strade per mostrarsi per quelli che si è, coinvolgere i ragazzi delle scuole, diventare scuola di eticità. Di valori sportivi, di vicinanza al territorio, punto di riferimento per lo sviluppo educativo con ampia progettualità sociale.
Questa società si è sempre vantata di sé stessa senza preoccuparsi se pari valore venisse percepito dai propri “clienti”. Si è sempre stimata per quello che faceva e mai per quello che si faceva insieme.

Insomma, non un esempio di “team spirit”, bensì un modello dove l’individualismo regnava sovrano.

Coniugando costantemente i verbi al singolare permette di autoesaltarsi nei momenti di gloria, ma fa correre il rischio di trovarsi soli ed abbandonati in quelli di crisi. In questi momenti gli errori pesano il doppio perché c’è poca voglia di perdonare da parte di chi è stato escluso dalla precedente festa.
L’opportunità che nasce in questo momento di crisi è di chiedersi per una volta se non fosse stato meglio, almeno per una volta, ascoltare invece di contestare, riflettere invece che reagire, analizzare invece di penalizzare chi, solo per il fatto di avere vedute diverse, è stato messo frettolosamente in black list senza possibilità di appello. Una lista alla quale mancavano i nomi più importanti da scrivere: Ulizio, Gerolino, Melillo, Tosi.
Come sempre il tempo e la storia danno la sentenza definitiva e oggi è arrivata una risposta chiara e inequivocabile.
Si è sbagliato il pronostico questa volta, proprio quello più semplice, quello più importante.

Flavio Vergani

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