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E’ passata una settimana dal triste giorno che dopo vent' anni ha riportato la Pro Patria nei dilettanti.
Patron Vavassori ha giocato con il fuoco e si è scottato, ma ancora non si conosce il grado delle ustioni visto che solo dopo il processo per la vicenda calcioscommesse si conoscerà la gravità della bruciatura.
Assolti o condannati poco cambierà visto che la categoria quella sarà. Per cui al limite c’è in gioco l’onore.
Il patron si dichiara parte lesa, da capire cosa significhi visto che l’eventuale risarcimento non ci ridarà la categoria.
Per cui forse sarebbe meglio farsi un esame di coscienza, subito si capirebbe l’errore fatto, un unico errore, seppur clamoroso, che ha di fatto innescato il disastro annunciato. Inutile fare la solita lista dei cattivi, questa volta non c’entrano proprio nulla. Nessuno di loro avrebbe concesso una possibilità a chi invece ha avuto mandato di (fare) e disfare in casa Pro Patria. Inutile cercare coinvolgimenti e complicità per diluire una responsabilità netta e senza appelli.
Una retrocessione che con un colpo di spugna ha cancellato le vittorie del passato, patrimonio sul quale il patron ha costruito la sua dialettica nel passato. Antipatico, ma vincente, era questo l’assioma preferito da Vavassori verso la piazza che lo aveva in qualche modo protetto da critiche feroci da parte di una piccola rappresentanza di tifoseria .
Discepoli che proprio nel sabato di passione hanno tradito Pietro, proprio come fece quell’altro Pietro il venerdì santo, contestandolo amaramente nel giorno della Via Crucis. Nessun Cireneo dalle sue parti, anzi, bocche di fuoco pronte a incenerirlo.
Ci si chiede il motivo per cui il patron ne abbia avuti contro sempre di più con il passare del tempo. Ci sarebbe piaciuto vedere i suoi paladini fedeli anche nel giorno della sconfitta,  visto che altri avevano avuto il coraggio di essergli contro in quello della vittoria. Questioni di coerenza, questa sconosciuta.
Ma, per non farsi mancare niente, Vavassori, seppur in mancanza di note ufficiali, sembra non avere intenzione di iscrivere la squadra al prossimo campionato di serie D.  Nessun atto risarcitorio per il popolo biancoblù da parte sua. Affossata la rosa tecnica la scorsa estate, data in pasto ai coccodrilli la gestione subito dopo, retrocessa la Pro Patria a fine torneo, ecco la quasi certezza della non iscrizione. Un finale disastroso che rischia di far ricordare questa gestione societaria come la peggiore di tutti i tempi o giù di lì. Sicuramente la peggiore se si considera il rapporto tra potenzialità finanziarie e risultato ottenuto.
Chi guida una società ne risponde agli azionisti ( i tifosi in questo caso)per gli utili o per le perdite maturate nel corso gestionale, senza possibilità di appellarsi a fattori esterni e variabili che potrebbero influenzare la performance del brand. Qui, la reputation del titolo è crollata dopo i fatti del calcioscommesse. E, qui, non ci sono giustificazioni che tengano, chi ha sbagliato non sono certamente gli azionisti costretti ad incassare l'amara cedola della derisione nazionale.
Detto questo, ora occorre voltare pagina. I danni sono sotto gli occhi di tutti ed è tempo di riparare i cocci per continuare la nostra storia. Buone notizie giungono da Palazzo Gilardoni con la conferma di persone interessate alla Pro Patria. Occorre agire, i tempi sono stretti, ma se queste persone, come sembrerebbe, è da tempo che aspirano a rilevare la Pro Patria, dovrebbero avere le idee chiare per agire fin da subito.
Nella digrazia occorre sempre idnetificare, oltre che i problemi, anche le opportunità. Ebbene, se prima occorrevano seicento  mila euro di fidejussione, adesso non più. Se prima occorrevano soldi per i contratti in essere, ora non più. Se prima il titolo sportivo valeva intorno ai 400 mila euro, ora non più.
Onde per cui, volere dovrebbe essere sinonimo di potere. A meno che escano altre anomale normalità o normali anomalie che a Busto hanno impedito di cedere la società seppur sia sul mercato da tre anni, mentre in altre piazze lo fanno in qualche giorno.

Flavio Vergani

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