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Ho provato a mettere ordine tra notizie e idee, in questi giorni, ma mi è rivelata fallimentare l’impresa su entrambi i fronti.
Ho scosso la testa, mi sono infuriata, mi sono sentita ferita e ho avuto anche paura.
No, non mi fanno paura quelli che giocano a palla con la Pro Patria. Non mi incutono il minimo timore, perché possono affossarci, certo, ma non cancellarci. Se andrà tutto male – mi sono ripetuta in queste settimane – da qualche parte rinasceremo, forse, anzi sicuramente migliori. Me lo sono detta tra le lacrime, mica a cuor leggero.
C'è altro, che mi turba. Non sono in sintonia con tutto ciò che sento e leggo. Oggi come ieri, non concordo sempre con le parole o i toni di tutti i miei compagni di tifo e la stessa cosa vale per loro con me.
Eppure oggi nutro una convinzione: bisogna stare uniti, anche contro ogni evidenza. Mi piace vincere facile, perché io nell’evidenza non credo. Ma la natura umana ci induce talvolta a infiammarci per una frase, un’interpretazione, una battuta troppo conciliante o troppo dura.
Va bene, tuttavia c’è un rischio, un rischio che mi secca tantissimo: fare il loro gioco. Fare il gioco di chi non ama la Pro. Di chi vuole dividerci.
Questa non è una guerra, preciso e ribadisco: è un gioco, tra i più belli del mondo. E una passione, che ci riporta a generazioni di ieri e - speriamo, vogliamo - di domani.
Io non capisco cosa diavolo stia succedendo, so solo che da più parti - e non solo con sforzi plateali a Busto - stanno cercando di non farmi amare più il calcio.
E non ho voglia di lasciarli vincere, perché qualcosa dalla storia tigrotta devo pur avere imparato; in un modo o nell’altro vinceremo noi. Perché tutto ciò che abbiamo è la Pro. E forse tutto ciò che ha la Pro, siamo noi.
Marilena Lualdi
Giornalista de “La Provincia”

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