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 Le nuove favole raccontate allo stadio Speroni

Vincenzo Coronetti

Se avesse avuto a disposizione un ufficio stampa, Pierre Cambronne, generale di Napoleone, avrebbe persino potuto smentire la famosa parola, passata alla storia, rivolta in risposta agli inglesi che gli chiedevano la resa a Waterloo. In vita, il visconte, diventato famoso più per quella imprecazione che per fatti d’armi, pare non confermò mai d’averla pronunciata. E fece bene, perché secondo le regole della scienza delle comunicazioni, una smentita equivale a una notizia ripetuta due volte. Certo, quel vocabolo, merde!, nella tipica tonalità francese, può addirittura essere confuso con un complimento. Ma non era di sicuro una carezza nelle intenzioni di Emiliano Nitti, presidente della Pro Patria, che sabato pomeriggio, alla seconda “pera” incassata dalla sua squadra allo Speroni, si è alzato di scatto, ha imboccato la scala e ha abbandonato la tribuna centrale.
Non prima di essersi rivolto un paio di volte a Fulvio Collovati, campione del mondo di calcio, impassibile nell’abito blu, cravatta e scarpe scamosciate di chi sa vestirsi in barba alle mode, neo dirigente bustocco. Nitti (foto archivio) ha guardato dritto Collovati negli occhi per apostrofare qualcuno che era seduto dietro di lui. “Vedi, è tutta colpa di quello lì: questa squadra di merda è colpa di quel pezzo di... .” E qui ci fermiamo, perché, entrando in un perimetro ad alto rischio, facciamo come in tribunale, quando i testimoni reticenti, si rifugiano nel “non ricordo.” Ecco, appunto, non ricordiamo se la parola di Cambronne sia risuonata diretta nei confronti di Stefano Ragazzoni, quel “qualcuno” seduto alle spalle del campione del mondo, responsabile dell’area tecnica e, secondo chi la sa lunga, autore della campagna acquisti, o se invece sia stata pronunciata al solo indirizzo della squadra. O forse lo ricordiamo, ma preferiamo passare per pisquani: il clima in via Cà Bianca è quello che è, non solo in Costa Azzurra vittima delle alluvioni. Ma che sabato in tribuna non sia accaduto nulla, bè, la società biancoblù ha il diritto di smentirlo, i fatti però sono fatti. E noi eravamo lì. Anzi, trascorsi quindici secondi dalla polemica uscita di scena del presidente, Ragazzoni ha imboccato di gran carriera le scale, ha rischiato di inciampare e si è eclissato. Per dove o in cerca di chi possiamo solo immaginarlo. Non di sicuro a sincerarsi delle condizioni dell’infortunato Pisani, come intende far credere il comunicato della società con la sua simpatica spiegazione farlocca. E infatti, per scontate esigenze di dissimulazione, Ragazzoni dichiarerà a un collega giornalista: “Non ho niente da dire, ma fino a quando ci sono loro io non vengo più a Busto Arsizio.”Loro? Chi sono loro? La spiegazione la lasciamo a Collovati, chiedendogli scusa in anticipo se utilizziamo quanto abbiamo involontariamente ascoltato: “Questo è il frutto di avere due proprietà” ha detto a chi gli stava seduto accanto commentando lo scazzo di poco prima. Un “fuori onda” che ci pare indicativo di una situazione e del clima a cui facevamo cenno. Un peccato, perché dopo le turbolenze degli ultimi anni pensavamo che fosse finita. Al punto da appluadire i ragazzi anche di fronte alle plateali sconfitte sinora subite, tanto da farla apparire, più che la gloriosa squadra che militò in serie A, la Longobarda di Oronzo Canà, alias Lino Banfi. Questo per dire: i tifosi ci sono, nonostante tutto. Di più: sono riconoscenti a chi caccia i soldi. Ma di favole, buggere e ritornelli stonati ne hanno ascoltati all’infinito nel recente passato. Per favore, adesso dite come stanno le cose: non si può voler bene all’infinito a un’amante che non racconta mai la verità. 



«Siamo uniti e risaliremo»

(Ma.Li.) - «Non è vero che noi dirigenti stiamo litigando. Io, Collovati, Nitti e Tiburzi siamo uniti e ci rispettiamo», spiega Patrizia Testa, la vicepresidente e portavoce dell’anima bustocca della società (che sabato ha seguito la partita con gli ultras), con una dichiarazione che tenta di riparare i danni e di fatto scarica Stefano Ragazzoni. E con lui pure mister Alessandro Oliva, seppur con stile: «L’allenatore si è dimostrato umanamente una gran persona ma in questa prima parte della stagione sono uscite problematiche, ben visibili nei risultati, che ci inducono a cambiare». In ogni caso, mentre si dice «dispiaciuta di quanto sta accadendo», rilancia: «Vogliamo rimettere in sesto la situazione, chiedo a tutti di non abbandonarci». E guai a ventilare che alle spalle di qualcuno del club ci sia ancora Pietro Vavassori: «Mi sento di poterlo smentire a nome di tutti, perché in queste settimane ho conosciuto i miei compagni d’avventura e so come sono fatti. Che ci sia stato un taglio netto lo dimostra la rinuncia a Merlin e Tomasoni. Ora guardiamo avanti». 



«La rosa non l’ho fatta io»

(s.p.) Amareggiato e deluso: «In questo progetto credevo. Ci ho messo passione, sentimento, ci ho messo me stesso. Mi dispiace che sia finita così». Stefano Ragazzoni, ormai ex responsabile dell’area tecnica, esce di scena, con tanti rimpianti: «La Pro Patria era per me una opportunità. Volevo fare di più, volevo, anche costruire una squadra diversa da quella che è stata costruita e, voglio precisare, questa squadra non è farina del mio sacco». E ancora: «Penso che quanto è successo sabato in tribuna sia la cuspide di un feeling che non è mai sbocciato con Nitti e Collovati. Una conferma alle difficoltà che si sono incontrate con l’altro gruppo. Certo, sono cose che nel calcio succedono». E adesso? «Io la mia parte l’ho fatta, tangibile anche economicamente come posso dimostrare. E questo, spero, possa essere sufficiente per dire ai tifosi e alla città che la Pro resterà sempre nel mio cuore».

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