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Questa notte ho fatto un sogno che sembrava realtà. Ho sognato Pro Patria Pro Piacenza. Qualcosa non ricordo più, ma molto altro mi ha impregnato l’anima tanto da ricordarlo con precisione. Appena entrato allo stadio ho visto i giocatori riscaldarsi al centro del campo. C’era uno con una chioma bionda e fluente, sembrava un Lanzichenecco. Incitava i compagni, sembrava ballasse la “Haka”, la danza maori degli All Blacks.  Era indiavolato. Appena iniziata la partita, sembrava un fulmine, un laser passante, tanto sfrecciava dalla difesa all’attacco senza sosta. Quando gli avversari avevano la palla, li pressava con il fiato sul collo. Sembrava che l’avversario temesse la sua traboccante personalità. Palla o gamba era una consuetudine. L’ammonizione non un optional, ma una certezza. La maglia sudata brillava fin dai primi minuti. Un guerriero che pretendeva molto da sé e dagli altri, continuamente spronati a dare il massimo a non piegare la testa, a sostenere la bandiera. Aveva il numero tre, ma nel sogno i giocatori non avevano i nomi scritti sulla maglietta. Ho chiesto ad un mio amico giornalista chi fosse questa specie di “Attila, flagello di Dio”, mi rispose, se non ricordo male, che si chiamava Paolo Tramezzani. Vicino a lui, un morettone non tanto alto, ruvido quanto un fabbro. Tirava legnate a destra e sinistra, ha persino provocato un rigore. Quando l’avversario gli ha fatto un tunnel lo ha atteso a centrocampo qualche minuto dopo e lo ha quasi giustiziato, meritandosi il cartellino rosso. La folla ha accompagnato la sua uscita dal campo con il grido di“Melo…Melo…” Non ricordo chi fosse, ma credo uno davvero attaccato alla maglia. Poi, ricordo un difensore che sembrava il “  Freccia Rossa”, un terzino all’inglese quando si sganciava, anche se i cross spesso erano ad effetto banana. Ma che caratterino! In una ripartenza ha inseguito l’avversario che gli scappava via e lo ha placcato da dietro come il quarterback degli All Blacks. Sembrava una aragosta quando apre le tenaglie e stringe la sua preda. Ammonito anche lui, tra il boato della folla. Il nome era simile a quello di una cantante, forse Imbruglia, anzi no, forse Imburgia. Ricordo anche un centrocampista bello come il sole, alto, moro, con quella corsa elegante e felpata. Mi sembrava un giovane, anche se il mio amico giornalista mi ripeteva che era Vecchio. Inseguiva gli avversari come se lo avessero scippato di un diamante di venti carati. Quando li prendeva non gli dava tregua, li pressava, strattonava, importunava, fino a riprendersi il maltolto. Dieci richiami dell’arbitro, poi un’ammonizione che non è servita per spegnere la sua grinta. Solo i crampi lo hanno fermato per un attimo. Accanto a lui giocava uno che sembrava spiritato. Forse il suo avversario deve essere stato l’amante di sua moglie, sta di fatto che dopo qualche minuto di gioco hanno litigato pesantemente e l’avversario per tutta la partita gli è girato al largo. Muoveva mani e gambe come fosse un elicottero e chi era in zona si beccava delle stecche da paura. Mi dicevano che lui era particolarmente attento alla fedeltà coniugale in quanto “Cristiano” di natura. In attacco ricordo uno che, sempre stando a tema Cristianesmo, mi ricordava un profeta. Questo deve essere stato uno scugnizzo di strada visto come puntava il dito sulla faccia dell’avversario. Sembrava lo conoscesse in quanto il mio amico Roberto Blanco in campo per le foto, mi diceva che il nostro attaccante ha fatto 90 minuti a confidare al suo avversario il lavoro della sorella (impiegata in un bordello di Chiasso) e di sua madre (massaggiatrice con studio alle Quattro Strade). Mi sembra si chiamasse Elia, un vero profeta che sapeva vita, morte e miracoli, di tutti i parenti dei presenti in campo. Persino dell’arbitro, sapeva che era cornuto. Ho quindi chiesto al mio amico giornalista il motivo per il quale il Tramezzani, il Vecchio, Il Cristiano, l’Imburgia, l’Elia, e l “Melo” ce l’avessero con il mondo intero tanto da sprizzare grinta da tutti i pori, immolarsi pur di fermare l’avversario ricevendo ammonizioni o ricorrendo al terrorismo psicologico per intimidire la squadra che avevano di fronte. Mi diceva che avendo perso le otto partite precedenti i giocatori erano indiavolati e avevano stretto un patto che non prevedeva vie di mezzo. Tutti per uno, uno per tutti, con le unghie fuori dai denti e ricorrendo a tutti i mezzi disponibili per tentare di vincere. Mi sono svegliato e subito ho collegato il sogno con la realtà. Ho quindi consultato il tabellino della gara del sempre preciso “Tia” Brazzelli pronto a leggere l’elenco degli ammoniti della gara di ieri. Chi sono i nuovi Tramezzani, i nuovi Vecchio, i nuovi Dato, i nuovi Imburgia? Stavolta mi li sarei annotati, per ricordarli nel prossimo segno nel caso il mio amico giornalista fosse assente.  No…non può essere vero…stavolta “Tia” si deve essere sbagliato: ammonito il solo Montini in quanto rientrava in campo dopo un infortunio senza autorizzazione dell’arbitro”. Nessun’altro? No. Solo altri due del Pro Piacenza. Che delusione! ma come può essere possibile? Avrebbero dovuto avere dentro una rabbia da spaccare il mondo e invece tutti agnellini? La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? Forse, a volte, semplicemente occorre trovare il coraggio di sognare nella realtà. A parte qualcuno, i miei eroi dei sogni, non avevano grandi mezzi tecnici, ma un cuore grande così. Con un cuore grande si ama molto e quando molto si ama nessuna sfida è impossibile. Non si vincono le partite con le ammonizioni, ma si perdono diversamente. I miei eroi del sogno hanno vinto poco nella loro carriera, a parte qualcuno, ma chissà perché popolano il subconscio tanto da essere ricordati. Forse, la loro vittoria è sempre stata la loro capacità di gettare il cuore oltre l'ostacolo. O, forse, solo la capacità di convincere sempre di aver dato tutto. Dubito che tra vent’anni sognerò la gara di ieri, forse sarà sempre e solo un incubo. Forse è questo il punto da cui ripartire per sognare. Prima, però, serve svegliarsi.

Flavio Vergani

 

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