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Otto marzo, per salvarmi dall’ondata di convenevoli mi vesto d’arroganza. Solenne arroganza. Mentre tutto diventa più incasinato che mai, mi chiedo: che accadrà ancora? Punti tolti, ridati, rimasti rigorosamente fantasma nelle ultime partite sul campo (assieme a qualche tigrotto).
In questa confusione cosmica, della Pro Patria mi rimane ben poco ufficialmente. Oh sì, la storia, l’orgoglio, i colori, quello che ci ripetiamo da una vita e sono scolpiti dentro di noi, nessun dubbio. Ma in questo momento li sentiamo così feriti, quasi quanto noi.
Ho bisogno di una certezza e allora scelgo questa, dannatamente arrogante.
La Pro Patria è persa senza le donne. Non mi interessano le leggi della maggioranza. Penso all’eventualità che Patrizia Testa non si fosse tuffata in questa tempesta: dove saremmo? In che acque, ancora più pazzesche, ci troveremmo? Non oso immaginarlo, e devo navigare oltre.
Devo trovare un rifugio. Magari è lì, ai popolari tra le ragazze di ogni età che calmano i loro uomini, i loro amici, ma per avere più tempo e chance di scatenarsi a loro volta nello spronare anche quei giocatori che a loro sembrano incapaci di sudare. 
O magari da qualche altra parte. Qual è il posto più prezioso allo Speroni oggi? Là in alto, dove dei fiori senza stagione ricordano un fiore: la nostra cara Simona Maino. 
Le donne in ogni tempo che hanno permesso alla nostra Pro di vivere. I loro nomi e i loro sorrisi sono tracciati con sicurezza sui fogli della nostra storia: quella sicurezza semplice e sincera, che pare scivolata indietro.
No dai, non posso essere così egoista, arrogante appunto, proprio nel giorno della festa della donna. Dovrò avere un pensiero generoso, almeno un paio se riesco: altrimenti che donna sono. 
Okay, uno lo dedico al signore che si è stupito un anno (non un secolo fa) quando mi ha trovata allo stadio Speroni a  fare l’abbonamento. Guarda, una donna che si abbona. Sì, signore, guido, voto, roba da non crederci. Mi scusi se poi alla fine sono riuscita a portare a casa l’abbonamento, lei no, perché le mancavano dei documenti: sa, noi donne siamo tali precisine. Tutto qui.
L’altro ai colleghi  - pochi per fortuna – che a lungo mi hanno rifilato un sacco di luoghi comuni nel tentativo di difendere la propria secolare certezza di maschi per forza esperti di calcio. A uno chiedo in particolare scusa, giusto perché ultimo in ordine di tempo: ma lascia stare il calcio e continua a ricamare, mi ha intimato. Gli chiedo scusa, di cuore, perché non ho mai imparato il ricamo. Rimedierò, giuro, un giorno. 
Buon otto marzo a ogni donna che nel piccolo e nel grande ha permesso alla Pro di arrivare fino a oggi. E oltre ancora.
Marilena Lualdi
Giornalista de “La Provincia” 

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