Header

In un borgo della brughiera lombarda c’era una volta una legione di lancieri, I Tigrotti, chiamati così per la loro ferocia e per la forza che sapevano mettere in battaglia per difendere il loro borgo esaltandone nel contempo le sue qualità. Quel nomignolo la legione se l’era guadagnato con le vittorie e, con esse, era arrivato il rispetto degli avversari. In tempi lontani quei lancieri avevano combattuto con le squadre più nobili dei feudi. Col trascorrere del tempo però le loro armature si ossidarono fino ad arrugginirsi. Andarono incontro a sconfitte umilianti. Si persero nella nebbia di quella brughiera rischiando di scomparire quando finirono nelle mani di capitani di sventura.

Un nuovo tiranno
Proprio per evitare questa catastrofe, il carrettiere del borgo decise di prendersene cura trovando cavalli di valore sui quali far montare i lancieri pronti all’assalto, con la convinzione e la speranza, che un giorno potessero ritornare ai tornei ed alle giostre di un tempo. Li armò di tutto punto con usberghi e camagli impenetrabili dotandoli di alabarde appuntite. Era certo che il popolo del borgo avrebbe apprezzato accorrendo numeroso al castello per applaudire i lancieri in battaglia. Si sbagliò. Non tenne in considerazione un pifferaio “magico”. Costui gli aveva suggerito maestri di corte esperti per i suoi lancieri, ma quel testone del carrettiere non l’ascoltò. E quella testardaggine gli fu fatale. Il pifferaio cominciò a suonare una musica che all’apparenza era stonata, ma stranamente affascinava la gente del borgo. Nonostante i successi dei suoi lancieri quella musica li metteva continuamente in cattiva luce e con loro il carrettiere. Non si fermò nemmeno quando i lancieri vinsero il torneo tornando a combattere contro pari più blasonati. Da non credere. Per il pifferaio “magico”, quel carrettiere, diventato signorotto del castello, andava cacciato; la sua antipatia stava allontanando (secondo lui) il popolo dal castello. Non era degno di abitarvi. Il pifferaio raccontava della gelosia per suoi lancieri ed in cuor suo diceva di aver anche pensato di alzare il ponte levatoio impedendo al popolo di entrare nel castello per assistere alle battaglie. Le dissonanze del piffero fecero però proseliti a tal punto da convincere il carrettiere a lasciare la residenza e quella creatura che lui aveva salvato dall’oblio. Non capendo il perché (forse si) decise di abbandonare il castello. Per il pifferaio ed i suoi seguaci quel carrettiere aveva preso le sembianze del tiranno. E dunque via. Con tenacia aveva convinto la gente del borgo che, una volta lontano il tiranno dal castello, i lancieri sarebbero stati circondati nuovamente da tutto l’affetto del popolo. E vinto. E tanto.
False promesse
Ma chi li avrebbe nuovamente armati? Si fece avanti una nobildonna del borgo che avrebbe voluto con se il carrettiere e non mancò di convincerlo, ma lui cancellò le sue tracce. Si trovò sola a risiedere nel castello tanto da provare paura per la solitudine e per il futuro. Giunse a quel borgo un cavaliere azzurro che in terra ispanica aveva combattuto e sconfitto i Lanzichenecchi. La nobildonna si ricordò e quel pensiero la rinfrancò. L’arrivo del cavaliere azzurro le diede coraggio. Le promise che avrebbe trovato lancieri di razza capaci di montare ottimi quadrupedi. Il pifferaio, avvolto dall’euforia e preso da un improvviso delirio gioioso, abbandonò il piffero per imbracciare la tromba. Quella dell’araldo di corte. Annunciò che stava sorgendo un nuova radiosa alba piena di luce, di colori e di gioia, preludio di un nuovo giorno in cui il sole non sarebbe mai tramontato. Paladini e pasionarie furono presi dall’eccitazione immaginando una Pro volante verso la vittoria.
Arriva la notte
Purtroppo fu subito notte. Paladini, pasionarie ed ovviamente araldo cercarono di scambiarla per nuvole passeggere parlando pure di un’eclissi improvvisa. Purtroppo era buio vero. I lancieri degli altri borghi facevano scorribande nel cortile del castello, umiliando quelli del cavaliere azzurro rivelatisi con qualche macchia e qualche paura oltre ad essere in groppa a ronzini e non a puledri. Chiudendo gli occhi davanti al vero, qualche pasionaria stizzita si aggrappava all’orgoglio giustificandosi che “noi del borgo siam così”, rimandando a tempi migliori che mai arrivarono. Che fare? Nel frattempo il cavaliere azzurro aveva lasciato il castello di soppiatto lasciando sola la nobildonna che interpellò un bergamasco. Costui diede un po’ d’ animo ai lancieri depressi; tentò di trasformarli ancora in legione convinto che di lì a breve ne sarebbe arrivato qualcuno abile nell’usare l’alabarda ed infilzare l’avversario. Gran fatica, ma inutile. Quella squadra di lancieri nemmeno si avvicinò ai primissimi bagliori di un alba. Per lei fu sempre notte.
L’ultima parola
E l’araldo i paladini e le pasionarie? Sempre lì a dire che il giorno sarebbe arrivato e se non stava arrivando la colpa, per paladini e pasionarie, era da imputare al cavaliere azzurro, quello che aveva sconfitto i Lanzichenecchi e che in sella al suo cavallo aveva lasciato di tutta fretta il castello appena intuì che i lancieri non erano poi granché in sella poi a dei baio. Finì che i lancieri non volarono verso la vittoria, ma caddero nelle sconfitte, finendo in un torneo che i loro padri o nonni avevano lasciato più di quarant’anni fa e da allora nessuno più giocò. Quei lancieri giocarono il torneo più indegno della storia di quella squadra chiamata “I Tigrotti”. Qualcuno si prese la colpa di quel disastro? Quelli che avevano invocato la fine della tirannide si batterono il petto? Ma va. La colpa ricadde ancora sul carrettiere. Per araldi, paladini e pasionarie l’influsso del malefico tiranno non era mai uscito dalle stanze del castello infilatosi come un virus tra i lancieri e la sua gente che ormai non saliva più al castello. Strano? Macché. In un borgo in cui non viene mai scritta l’ultima riga della favole (…e vissero felici e contenti) tutto può succedere. In quel borgo l’acqua va sempre all’insù.

0 commenti: