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Recentemente ci è toccato leggere una “supercazzola” alla Tognazzi in salsa medievale che ha causato numerose emicranie per la prosa arcaica e pesante ed attacchi di mal di pancia per i concetti espressi.
Concetti che purtroppo sembrano aver fatto presa sul solito gruppo di affezionati supporter dell’ineffabile ex Patron, in un delirio di dichiarazioni d’amore che lasciano attoniti ma non stupiti.
L’età avanza ed esige ormai il suo pesante tributo all’elasticità mentale del sottoscritto, ma confesso che lo sconcerto per la “parziale” ricostruzione della recente storia biancoblu è stato presto superato dalla difficoltà nel districarmi nello stile “lisergico” nel quale mi sono addentrato a fatica per poi perdermi dopo poche righe.
Il fatto è che comunque la Storia può essere scritta in più modi edinterpretata da svariate angolazioni, differenti punti di vista, ma resta Storia ed alcuni fatti oggettivi non possono essere né travisati né tantomeno bellamente dimenticati perché poco confacenti alla propria idea.
La disinvoltura con cui il nostro scrivano medievale ricostruisce quanto avvenuto nell’Era Vavassoriana dimenticando una serie di misfatti e colpe varie lascia stupiti, o forse no trattandosi di un caso ormai conclamato e recidivo.
Chi è innamorato d’altronde non spicca per senso critico edobiettività, tende anzi ad esaltare i pregi dell’amato ed a dimenticarne gli evidenti difetti; perciò il pezzo va letto con una certa dose di tenerezza per lo struggimento interiore di chi soffre per una separazione dovuta alla fuga dell’anima gemella.
Qualche mese di riposo di penna non ha infatti inaridito la vena né la passione retorica del nostro “poeta” che anzi ora si scaglia spesso con insospettata veemenza contro la nuova dirigenza (peraltro poco difendibile), evidenziando una sconosciuta vis polemica che ha in poco tempo trasformato un gattino con fusa incorporate in una tigre che mena fendenti a destra ed a manca.
Ritornando allo stile della stucchevole romanza che il nostro ci ha regalato, l’unica figura che esce in tutta la sua evidenza è quella del cantore delle gesta del Sovrano, il quale andava esaltato nella sua fiera bellezza e grandezza di Sire sebbene fosse spesso piccolo e per nulla oculato o corretto.
La distanza che corre fra la realtà vera e quella romanzata da cantori sbrodolanti è così quella che passa fra giornalisti (anche con opinioni diverse, talvolta non condivisibili) e giullari di corte, figurette in calzamaglia che strimpellavano e cantavano a corte alla costante ricerca di una carezza e dell’approvazione compiaciuta del signorotto di turno.
Triste in ogni senso l’epilogo di questa stagione, con un manico attuale talmente disamorato ed inadeguato da far  addirittura rimpiangere, per fortuna soltanto da alcuni “soliti noti”, ciò che mai avremmo creduto si potesse rimpiangere ed i nostalgici dalla memoria intermittente che spuntano come funghi dopo una notte di pioggia.
Marco Grecchi



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