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Mi duole tantissimo confessarlo. Ma mi porto dentro una sensazione spiacevole da domenica scorsa: forse anche più antica, tuttavia si è accentuata dopo il finale della partita, o meglio la “convocazione” sotto la curva.
Per la prima volta dopo molto tempo ho avvertito una sorta di disagio. Che è andato a confluire in un altro, maturato nelle settimane precedenti.
Ecco perché affiora questa riflessione. Con uno spartiacque. Tra quello che si sogna e si spera, e quello che possiamo fare, quello che dipende solo da noi.
Chiaro, archivio subito nel cassetto dei sogni la solita, e anche un po’ lagnosa, considerazione: non dovremmo essere qui in serie D. Ci siamo e il punto casomai è non rimanerci.
Meglio concentrarsi sulle speranze. Come quella che i tigrotti vogliano far dimenticare tutte le incertezze, anche lo smacco contro “Busto piccola”, va bene, e allo stadio Speroni oggi vendano cara la pelle. 
Non che io creda in una cavalcata improvvisa: ritengo, piuttosto, che occorra tempo per sviluppare una sintonia nella squadra e anche per consentire ai talenti di emergere. E voglio crederci, nei talenti, perché si sono spese energie e risorse.
Non dipende, comunque, da noi tifosi, anche se possiamo pungolare, in maniera costruttiva.
Allora, che cosa possiamo fare noi? Qui ammetto l’altra fonte di disagio.
Siamo cambiati. Questo è quanto mi appare, in modo doloroso. Non sarà solo uno sconforto made in Busto, probabilmente il mondo del calcio è troppo deludente dappertutto e del resto neanche c’entra solo il pallone.
Siamo incattiviti. Allo stadio, per non parlare in altri luoghi molto più pericolosi: come sulla tastiera dello smartphone. Non perdoniamo niente a nessuno, e non parlo solo dei giocatori.
Prima si entrava allo Speroni ed era un tuffo nell’amicizia. Ora siamo divisi o è quanto sento. Se parli a uno, l’altro si adombra. Se scrivi qualcosa, sei subito insultato in caso di errore. E a volte, anche se non sbagli affatto. Non importa, perché in questo clima l’altro sbaglia sempre. 
Quello che possiamo fare noi, ora, subito, è scuoterci di dosso questa polvere assurda. Quella che copre i nostri colori e ci offusca la vista: non c’è altra spiegazione, perché un tempo eravamo uniti dal bianco e dal blu, dunque li distinguevamo bene. Mica era un mondo idilliaco, dove ognuno stava simpatico all’altro, ma una volta varcata la soglia dello Speroni non contava nient’altro che essere lì, per la Pro Patria.
Chiediamo giustamente ai tigrotti di svegliarsi e riportare su la nostra squadra.
Scusatemi se rischio di scivolare nell’omelia domenicale, ma vorrei che chiedessimo anche a noi stessi di riflettere se siamo davvero quelli di prima e in caso contrario se lo vogliamo diventare, ancora. Perché al di là dei soliti brontoloni, che fanno pure scena, al di là dei mille problemi, siamo un pubblico meraviglioso. Capace di scalare l’Everest (in attesa di salire sul San Carlone per festeggiare qualcosa di buono) per la Pro. Chiunque di noi, che si ritenga dalla parte della ragione o del torto, dovrebbe anche essere in grado di dire: siamo tutti sulla stessa barca, che senso ha agitarsi l’uno contro l’altro, se non farla affondare? E rivolgere un sorriso all’altro, magari a quello che ci sta più sullo stomaco, prima che scenda in campo la nostra Pro.
Marilena Lualdi
Giornalista de “La Provincia”

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