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Finisce un altro campionato ed è tempo di bilanci. Finisce non come si sperava. Un campionato iniziato tardi e terminato presto. L’impressione è che si potesse fare di più. Persa la scommessa di un allenatore all’esordio su una piazza importante, che, seppur protetto e difeso fino all’ultimo dalla dirigenza, non ha voluto, o forse saputo, cambiare. La cocciutaggine tattica di inizio torneo è stata esagerata, anche di fronte all'evidenza. L’”outing” dopo la gara interna con il Pontisola è stata di fatto una dimissione simulata dal suo ruolo e lì andava in quel modo interpretata. Si è scelto di andare avanti, scivolando in classifica, ma soprattutto scivolando nella credibilità da parte dei tifosi che si aspettavano un diverso atteggiamento per raddrizzare la barca. Mentre lo scorso anno la tifoseria aveva ben inteso che le competenze tecniche erano al minimo storico e quindi non si aspettavano nulla di più di quel che fu fatto, quest’anno il duo Asmini- Turotti rappresentava un’assicurazione sulla vita. Chi più di loro, navigatori esperti e di lunga carriera, potevano gestire la messa in acqua della nuova barca biancoblù? Invece, qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto. La scommessa persa in panchina, qualche errore di gioventù (Tondini), qualche errore invernale (Scanu, Triveri), sommati alla prolungata gestione del periodo di crisi senza un intervento “forte”, hanno trascinato la stagione ad un epilogo inaspettato. Dover sperare in un risultato positivo nell’ultima gara del torneo per centrare da quinti la qualificazione ai play off, non è certamente un risultato positivo. Tenendo conto del livello mediamente basso del girone con cinque squadre sopra la media e le altre che, per strutture e obiettivi, non possono certamente competere con le big. Essere, forse, la quinta di queste cinque non entusiasma. Guardando e riguardando le rose delle squadre davanti ai tigrotti, non si riesce a trovare nessuna squadra così più forte della Pro Patria. Monza a parte, che ha costruito la vittoria sulle esperienze negative del passato, la cosa che gli altri hanno e la Pro Patria no, o meglio, ha in misura minore è la presenza di attaccanti da doppia cifra. Il mio amico Gritti, uno che di calcio, oltre che di musica ne capisce, mi ha sempre detto che vince il campionato chi ha in rosa due attaccanti forti. La Pro Patria ha attaccanti bravi, alcuni giovani che in doppia cifra ci andranno dal prossimo anno e altri che lo sono andati negli anni precedenti. Quest’ anno il double digit è vicino, ma non ancora centrato. Forse, questo è stato il vero errore prioritario rispetto agli errori di gioventù o di scarsa esperienza in panchina. Sugli spalti si riflette quello che è accaduto in campo, la sfida di riportare tifosi allo stadio è fallita e ancora una volta hanno avuto ragione gli assenti. Questo è  un grande rammarico in quanto se la performance tecnica può e deve essere messa in discussione, quella societaria è fuori da ogni processo. La Pro Patria odierna è una società dilettantistica con una struttura professionista. Questo fatto toglie ogni alibi per quello che non è accaduto, seppur ne paghi direttamente le conseguenze. Tanti soldi investiti per garantire a tutti le migliori condizioni di lavoro, pochi utili prodotti sia in campo, sia sugli spalti. Certamente, qualcosa andrà cambiato per far quadrare l'equazione. L’esempio Monza insegna. I brianzoli hanno imparato molto lo scorso anno, per vincere quest’anno. Il segreto? Tenendo il valore aggiunto dell’anno prima con l’aggiunta delle persone giuste al posto giusto. Senza follie, con tanto buonsenso e senza scommesse. E, per esempio, la scelta di mister Zaffaroni è un esempio che fa a botte con quella di mister Bonazzi. I play off andranno conquistati e giocati al meglio, ma, comunque vadano le cose, la sfida del futuro sarà  quella di far tesoro del recente passato che, seppur alonato di delusione, ha insegnato molto. Sbagliare è umano, adesso occorre non perseverare.
Flavio Vergani

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