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Hai affrontato l'avversario a mani nude, anche se sapevi che era più forte di te.
Non sei arretrato di un passo, hai combattuto l'ultima battaglia da vero tigrotto, senza nasconderti in un ospedale per non farti trovare.
Orgoglioso e fiero della tua classe di uomo e di giocatore hai guardato in faccia alla morte sfidandola in un duello dall'esito scontato ma che ti ha vinto solo quando ti ha legato al tuo destino senza darti modo di dribblarla.
Ti ha inseguito per lungo tempo, proprio come quei difensori che evitavi danzando sul campo.
Ha cercato di strattonarti, atterrarti, spintonarti per buttarti fuori dalla vita, per farti soffrire, per vederti sconfitto. 
Non le hai dato la soddisfazione della resa, trascinandola fino ai tempi supplementari e poi ai rigori senza neppure ricorrere ad una borraccia d'acqua miracolosa.
Per te ha fatto il tifo sino alla fine il tuo amico di sempre Bobo Gori, ma adesso che sappiamo è come se con lui ci fossimo stati anche noi.
Ti ricordano in molti, perché nessuno ti ha mai dimenticato. A Busto, a Verona, a Prato, ovunque sei stato.
Ti è stata negata la grande occasione di Genova quando con un contratto in tasca avresti dovuto essere l'alternativa ad un certo Roberto Mancini. Un nome, un destino. Ma, il destino quella volta decise diversamente e ti fermò con un grave infortunio tagliandoti le ali.
Sei stato molto amato qui a Busto, idolo di molti e io sono uno di loro.
Impossibile non amare la tua classe dentro e fuori dal campo, il tuo garbo, la tua educazione.
Un numero dieci perfetto, un regista dai piedi e dall'animo buono, un uomo vero e un tigrotto fiero.
Non so se c'è la tua firma su qualche muro di qualche museo, ma non importa, le firme che contano sono quelle che rimangono sul cuore.
Un abbraccio forte Roberto e grazie per quello che hai fatto e per quello che sei stato.
Flavio Vergani

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