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Ricordo i popolari scoperti, gli ombrelli alti che impedivano di vedere la fetta di campo vicino al calcio d’angolo. Ricordo le cascate di acqua che gelide scendevano dall’ombrello del vicino e dal collo colavano sulla schiena. La passione era calda e in un attimo evaporava quell’acqua piovana. Ricordo le bombe d’acqua che esplodevano dagli ombrelli fradici, quando la Pro Patria segnava un goal. Un’esplosione di gioia mista ad un diluvio d’acqua che colpiva prima dell’abbraccio del vicino. Ricordo il “Gioiggi” con la giacca bianca e con la cesta al collo che passava con bibite fresche per rinfrescare le gole arse dal tifo feroce. Ricordo l’Ape car modificato che fuori dallo stadio vendeva le castagne, sempre troppo care per me. Ricordo tante biciclette appoggiate al muro dei popolari. Ricordo la curva dritta degli Ultrà, quella che faceva angolo con i popolari scoperti. Ricordo “la motta” di Tigrottini all’ingresso dello stadio e la delusione di quando arrivavo tardi e il Pistocchini mi diceva “Sono finiti”, poi, leggendo la mia forte delusione sul volto, mi prendeva per mano e mi portava alla sua auto, posteggiata davanti all’ingresso e apriva il cofano per darmi una copia destinata agli amici. Ricordo il wc posto sotto il settore dov' erano stipati i tifosi del Legnano. Ricordo il tifo fatto per il Lele quando ha rincorso l’arbitro Pieri con la speranza che lo potesse atterrare per darlo in pasto ai tifosi. Ricordo la delusione di quel cancello dello spogliatoio che si chiuse salvando l’autore di uno scandalo senza precedenti, ma che, purtroppo, nel tempo successivo ebbe un conseguente. Ricordo i pullman delle squadre avversarie uscire dal cancello sotto la tribuna laterale, un momento di sfogo nelle sconfitte e di sfottò nelle vittorie. Ricordo la polizia che sequestrava una bandiera con asta al “Merlino” e lui che cantava “ E noi prendiamo quell’altra”, con tono canzonatorio e irriverente che mi faceva sentire vivo. Ricordo la pizza confezionata che gustavo dopo la partita al bar sotto le tribune coperte. Costava 350 lire e ancora sento il profumo che usciva dal piccolo forno elettrico che la scaldava. Ricordo la signora del bar che la toglieva caldissima, la metteva nel tovagliolo di carta, mentre il formaggio fuso colava sulle mie dita. Erano le mie domeniche e non le avrei cambiate con niente al mondo. Ricordo lo zio Valerio che mi diceva “Ma, mangi sempre?” Ricordo il Ninetto, sempre magro come un filo, sempre in tuta, sempre abbronzato, al quale avrò chiesto mille volte se potevo entrare in campo, anche solo per un attimo. Mi diceva sempre: “Dai, vediamo la prossima volta”. Ricordo che non ci fu mai una prossima volta. Ricordo i pomeriggi feriali quando chiudevo frettolosamente i libri di scuola e con il Ciao blu andavo a vedere gli allenamenti. C’era sempre il “Viola” che mi sfanculava e il Gino Gallazzi che mi difendeva. Ricordo i nebbioni che avvolgevano la stadio, le paure delle sospensioni, mio zio che diceva che fin che si vede il campanile di Buon Gesù si sarebbe giocato. Ricordo i botteghini dei popolari con i biglietti del cinema che venivano staccati dopo un ampia leccata del dito da parte del bigliettaio. Ricordo le volte che, solo davanti all’ingresso, chiedevo al primo che passava se poteva accompagnarmi dentro, perché in quegli anni i ragazzini non pagavano solo se accompagnati, ma io non avevo chi mi accompagnasse. Ricordo le radioline accese nel secondo tempo con le voci di Ciotti, Ameri e Provenzali che annunciavano i parziali della serie A. Ricordo quel giorno che la ebbi anche io, fu un regalo di promozione, era arancione e mi sono sentito ricco come gli altri. Mi ricordo le autoradio estraibili sotto braccio pronte per essere sacrificate per colpire il guardialinee. Ricordo quanto erano duri gli spalti, quando dimenticavo il cuscinetto. Ricordo con il cuore, quello che non ricordo con la mente. Ora, non ci si abbraccia più e non solo per colpa del Covid, non ci bagna più nei popolari, ci si siede sul morbido, ci sono i biglietti elettronici, gli stewards, il Daspo per chi solo pensa  a quello che non si può fare, non ci sono più le bibite fresche o le pizze riscaldate, non ci sono più le radioline , è tutto nello smartphone, non ci si trova più allo stadio, ma sui social dove è più facile litigare, senza rischiare. Cosa ricorderò fra trent’anni di tutto questo? Chi lo sa, probabilmente niente.

 Flavio Vergani 

Grazie a www.bustocco.it per la foto dell'articolo

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