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Nel post partita di Olbia Pro Patria, mister Sala ha parlato di “attaccamento alla maglia che viene fuori in questi momenti”.

C’è di più, a nostro avviso. L’attaccamento alla maglia non è un riflesso incondizionato e nemmeno una modalità attivabile con un click.

Trattasi di un’identità che nasce da un progetto societario a largo raggio focalizzato prima sulle persone e poi sui giocatori.

Un progetto finanziato da Patrizia Testa e realizzato da Sandro Turotti, la coppia del goal bustocca, che ha saputo creare un team  governato da regole etiche e morali che costituiscono il più importante asset del progetto biancoblù.

L’attaccamento alla maglia equivale all’overwork che molti lavoratori garantiscono alla propria azienda, quando la stessa è in grado di ingaggiare il lavoratore in un progetto a largo respiro nel quale non contano le ore lavorate, ma il raggiungimento dei rispettivi obiettivi, la stima del management, il welfare offerto.

Non un rapporto di dipendenza, ma di partnership che genera vicinanza, fidelizzazione e stimola al sacrificio, al riconoscimento reciproco .

Quale è l’indicatore che misura il grado di raggiungimento di questa solidità del rapporto e del raggiungimento dell’eccellenza di questo “gentleman agreement”?

Risposta facile e scontata: la numerica della rotazione del personale, nel caso della Pro Patria la numerica dei giocatori che rinunciano alla permanenza.

Si pensi a mister Javorcic, un esempio che vale per tutti gli altri.

Bassa, bassissima, con permanenze lunga anche di giocatori ad alta richiesta di mercato. Se, a questo, aggiungiamo che la Pro Patria non è certamente nella top ten delle società più alto remunerante, viene automatico comprendere come i fattori di cui sopra siano diventati parte importante e integrante delle decisioni dei calciatori di rimanere a Busto.

Serietà societaria, rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri, sono “key word” che spiegano quanto sia solida la condivisione del progetto tra società e giocatori e quanta sia la determinazione reciproca di volersi bene a fatti e non a parole. L’attaccamento alla maglia diventa un obbligo quasi automatico.

Si potrà dire qualsiasi cosa dei tigrotti della gestione Patrizia Testa, tranne una: che mai e poi mai si sono visti giocatori che non si sono impegnati o che hanno sfruttato piccoli infortuni per farli diventare grandi o che hanno strumentalizzato situazioni potenziali utili allo scopo.

Ormai da tempo, ma soprattutto nel post Covid, è importante valutare la valorizzazione di una società di serie C non dal valore della rosa, non dal valore dei top player, non dall’occasionale campionato sopra le righe, ma dalla capacità della società di profilarsi in modo etico e sostenibile per proporsi come società virtuosa, non solo nei conti economici. Un modo implicito per generare sinergie con il territorio che sposano identici principi, per costruire unità di intenti e partnership vincenti e costruite con le stesse password del successo.

Strano che nel nostro territorio che da sempre è popolato da aziende virtuose e strutturate su riferimenti paragonabili, nessuna si sia accorta di quello che sta accadendo da qualche tempo in via Cà Bianca.

Abbinare il proprio marchio alla Pro Patria, vuole dire veicolarlo con una società con larga “awareness”che oggi abbina ad un profilo di serietà solidissima.

Un matrimonio perfetto che vale ben più delle fredde numeriche che spesso vengono prese a modello per costruire il modello di business.

Per essere chiari, sono pochi i 252 presenti dell’ultimo turno di campionato per giustificare l’investimento ,  ma è molto di più  quello che la società può offrire in termini di percezione etica della partnership. Il balance del conto economico, a volte, può e deve prescindere dai freddi numeri che non trasmettono passione. E, alla Pro Patria, di passione ce ne  è moltissima.

I giocatori sono attaccàti alla maglia, tu, sei puoi, attàccati. Basta spostare l'accento, ma il risultato è completamente diverso.

Flavio Vergani



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