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“Delusa ( o deluso)da chi parla e non fa”, non è certamente una frase che Patrizia Testa può brevettare come nuova e mai sentita.

Anzi, è proprio una costante di tutti gli ultimi presidenti della Pro Patria, spesso illusi e poi delusi dall’immobilismo della realtà politica della città.

Le molte promesse fatte e non mantenute erano state motivate nel passato da presunti difetti del pretendente, che ne aveva sempre una per non trasmettere fiducia.

In effetti, qualcuno di loro rientrava nella categoria degli scappati di casa, altri decisamente meno, ma tutti comodamente accomunati al profilo non ritenuto degno di attenzione: la non bustocchità una colpa imperdonabile.

Facili e persino scontate le allusioni in filigrana a  mercenari, procacciatori di affari per conto terzi, imprenditori senza arte, né parte. Insomma, il non essere nati a Busto era venduto come motivo sufficiente per essere rinculati dalle stanze del potere, coniugando spesso il verbo del vorrei, ma non posso.

Una situazione idilliaca nella quale dimostrare a parole, ma anche a fatti, la forte identità biancoblu con cartelloni elettorali colorati di a strisce orizzontali o mascherine brandizzate orgogliosamente indossate.

Poi, capita la disgrazia che quello che mai ci si sarebbe aspettati che accadesse…accade.

Arriva una presidente di Busto Arsizio, tifosa doc, persona per bene, insomma, profilo perfetto per essere considerata e aiutata.

Il copione, però, rimane sempre lo stesso, quello di un film già visto e rivisto, sempre con le stesso finale. Cambia l’attore principale, da uomo straniero a donna del posto, ma i registi propongono sempre la stessa trama e lo stesso epilogo.

Si vestono di biancoblu, ne parlano con orgoglio, affollano i palchi con la mano sul cuore e la bandiera della Pro Patria in mano, simulano interesse, promettono presenza allo stadio, ma la recensione del film è sempre la stessa: ”Attori deludenti che parlano, ma non fanno ”.

Busto non aiuta la Pro Patria, preferendo aiutare il Varese al quale è stata clamorosamente regalata l’opportunità di tornare nel calcio che conta, grazie alla cessione del titolo sportivo del Busto 81, squadra che, dopo aver conquistato la promozione in serie D, l’ha ingloriosamente ceduta ai cugini biancorossi. Società virtuosa sul campo e anche fuori vista la rapidità con la quale si è reincarnata, rinascendo dalle sue ceneri per presentarsi di nuovo ai nastri di partenza della terza categoria. In regalo, il campo sportivo di via Valle Olona, ancora intriso dal sudore dei tigrotti, che proprio su quel terreno di gioco iniziarono la loro storia e che non si chiama “Carlo Reguzzoni” a caso.

Questo è il premio per aver esportato il calcio da Busto a Varese? Diventa a questo punto chiaro il motivo per il quale l’amministrazione comunale ha previsto un bando di assegnazione che prevedesse una maggiore considerazione per le società in grado di fare network. Tra Busto 81 e Varese il network è stato perfetto, da manuale. Un best case di successo che merita la replica. Chi sarà il fortunato la prossima volta? Per ora il Busto 81 incassa il dividendo, poi si vedrà.

Descritto il copione, ecco il finale. Il solito finale. Non serve descriverlo, è già noto al mondo intero.

Sarebbe da fuori di “Testa” sperare in qualcosa di diverso.

La colpa è sempre degli altri. No, dalle colpe degli altri passiamo alle nostre colpe che combaciano con il nostro destino: siamo in 252 paganti, massimo 700 spettatori, che è diverso da tifosi, nei momenti di media gloria, fino ai 1500 quando si vince.

Numeri che non spostano di un millimetro gli equilibri politici, numeri che al netto di chi di Busto non è, ma la Pro Patria la segue da pesi limitrofi, diventano infinitesimali, ridicoli, senza un peso politico rilevante.

Pensare che ci sia considerazione per lo zero virgola è utopistico.

Forse, il cambiamento dovrebbe partire proprio da qui, ma contando i veri tifosi al netto dei presenzialisti, dei likers virtuali, dei nostalgici del passato, sempre assenti perché era meglio prima, di tifosi veri ne rimangono davvero pochi.

E, allora, forse il copione coincide con il destino e il finale è scritto non dalle parole, ma dai numeri.

Flavio Vergani

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