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Sulla nuova maglia della Pro Patria si sono ormai espressi tutti con parere quasi unanime: la soluzione voluta dalla società non piace, in quanto ritenuta non in linea con l'identità storica, oltre che una estetica di base poco vicina alle aspettative.

Lo ha comunicato chi di storia se ne intende come il "Pro Patria Museum", con un post social,  che recita: "Premettendo che i gusti estetici sono assolutamente soggettivi, dal punto di vista storico esprimiamo un parere negativo sulla nuova maglia che non rispecchia i canoni della nostra gloriosa casacca biancoblu".

Gli Ultrà hanno dedicato uno striscione al tema, oltre ad un comunicato : "È giusto applaudire quando le cose vanno bene. E' altrettanto giusto far notare un errore quando lo si commette. Con questo nostro striscione vogliamo ricordare a chiunque, ora e per sempre, che per noi questa maglia è un "monumento" e che la storia e la tradizione non vanno stravolte, tutt'al più quando quella che si indossa è oggettivamente una delle maglie più belle e caratteristiche del panorama calcistico italiano...Nonostante la nuova maglia non sia di nostro gradimento, la accettiamo pur non comprendendo assolutamente le ragioni di tali scelte stilistiche, sottolineando che la sosterremo a prescindere, perché la Pro Patria è il nostro unico e grande amore !"

Il Pro Patria Clubs ha inserito la discussione relativa alla maglia nell'agenda dell'ultimo Consiglio, svoltosi lo scorso venerdì, comunicando per bocca del presidente Giovanni Pellegatta, un' identica posizione, rispetto a quelle sopracitate.

Ossia, che:" la maglia non piace in quanto non in linea con i tratti distintivi che da sempre la identificano, anche se si ritiene di doverla accettare".

Posizioni allineate tra chi ha voluto esprimersi sul tema, anche se va detto che non era in corso un brainstorming allargato ai tifosi per creare la nuova maglia e neppure una survey dedicata ai supporters, riguardante il gradimento della stessa, o una "evaluation intention".

La società è stata chiara sul punto maglia: "questa è e questa sarà", per cui risulta pleonastico sapere che i tifosi ritengono di "accettare" la maglia".

Probabilmente, è stato solo un modo equilibrato e a basso impatto per esprimere una contrarietà, senza però voler aprire una contrapposizione con la società, forse anche per il credito che la stessa ha maturato in questi anni di oculata gestione strategica i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Sicuramente, in altri tempi e con altre dirigenze, sarebbe andata diversamente, ma, ovviamente meglio così. Chi baratterebbe una maglia più bella con risultati sul campo peggiori? Nessuno.

Per cui, ecco un modo rispettoso e concreto di far presente un pensiero diverso verso chi ha dato un senso a quello che un senso non aveva.

Insomma, una dimostrazione elegante di dissenso per la scelta societaria, espressa con equilibrio e in guanti di velluto.

Un 'esercizio di democrazia apprezzabile che, fortunatamente, fa passare in secondo piano chi ha tentato di far passare il concetto in modo diverso e persino preoccupante, ossia che il problema non esiste perchè chi paga decide e i tifosi si devono adeguare a prescindere.

Certamente è così, ma, fortunatamente, esiste ancora la libertà di espressione che non necessariamente deve essere "coperta e allineata" con chi investe sul progetto.

Ci sono i ruoli come in tutte le strutture organizzate, i tifosi hanno diritto di parola e lo hanno fatto in modo civile nella maggioranza dei casi. Le eccezioni confermano la regola.

Che poi, chi paga decida fa parte della normalità, ma il concetto è più ampio rispetto ad alcune sintesi che sono circolate che fanno venire i brividi freddi per i modi con i quali sono stati proposti.

Un'azienda, in questi caso la società, ha il diritto di mettere sul mercato un prodotto con una forma, un colore, un profumo e un pack che più gli aggrada e che più ritiene utile agli obiettivi strategici della stessa. Nel caso specifico l'obiettivo è stato di dare più visibilità agli sponsor, pur sacrificando alcuni tratti storici della casacca. Chiamasi strategia commerciale.

Poi, il consumatore, il tifoso in questo caso, ha pari diritto di esprimersi sul nuovo lancio e far sapere l'indice di gradevolezza dello stesso, che in questa occasione si è dimostrato basso.

Tutto nella norma e nessuno se ne deve dispiacere o offendere. Queste sono le regole di ingaggio tra chi vende e chi compra, tra chi decide e chi commenta.

L'unico dubbio che rimane, ed è il vero rischio dell'operazione restyling, è di aver modificato in modo troppo "challenging" un brand ( e non un prodotto), ad altissima awareness e ad altissima riconoscibilità, tanto che la maglia richiamava la Pro Patria e la Pro Patria richiamava la città.

Un rischio che andrebbe proprio nella direzione opposta alla valorizzazione degli sponsor, che si troverebbero a dover pagare un calo di popolarità e riconoscibilità proprio del mezzo comunicativo sul quale hanno scelto di investire.

Per capire il concetto, è come se Apple sostituisse una pera alla nota mela morsicata, oppure che Mercedes decidesse di sostituire l'"identification brand" a 3 stelle con uno con la mezzaluna.

Qui, però, come sempre, sarà il tempo a giudicare e a dare il suo verdetto e quel giorno ci sarà modo e tempo per verificare se il cambio di maglia è stato un goal o un autogoal.

Flavio Vergani



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