C’è un fenomeno curioso che da qualche settimana aleggia attorno alla vicenda societaria della Pro Patria. Non riguarda risultati, progetti sportivi o investimenti concreti. Riguarda invece la quantità di spazio mediatico riservata a Giancarlo Travagin candidato acquirente del club, ormai presenza fissa sulle colonne di giornali, siti e social, con una frequenza che farebbe impallidire persino gli attaccanti più prolifici.
A leggere stampa e testate online, infatti, sembrerebbe che la trattativa per la Pro Patria sia diventata un monologo. Ogni dichiarazione, ogni indiscrezione, ogni pensiero attribuito al possibile futuro proprietario trova immediatamente una ribalta degna di una presentazione in grande stile. Peccato che, almeno per il momento, i fatti concreti siano molti meno delle parole che li raccontano.
Ovviamente, con questo non vogliamo dire per colpa di Travagin, ma rimane il fatto che il candidato al 51% delle quote societarie ha ricevuto addirittura un endorsement da un conduttore della trasmissione “Biancoblu” che ha (avrebbe) come mission quella di rappresentare i tifosi. Nel caso specifico una rappresentanza inopportuna che è stata prontamente respinta dalla maggioranza dei tifosi stessi che di Travagin non ne vogliono sapere.
Tra i tifosi serpeggia una domanda semplice: perché tanto spazio? Non si tratta di una questione personale. Anzi, proprio qui sta il punto. In una piazza che storicamente valuta le persone per ciò che fanno e non per ciò che promettono, l’insistenza con cui alcuni organi di informazione rilanciano ogni virgola pronunciata dal candidato suscita più perplessità che entusiasmo.
Il paradosso è evidente. Una tifoseria che attende risposte sul futuro della società si ritrova sommersa da articoli, interviste, retroscena e approfondimenti dedicati a chi, almeno ad oggi, non ha ancora avuto modo di dimostrare sul campo delle decisioni la propria consistenza progettuale. Una sorta di celebrità preventiva che non ha investito solo Travagin ma una serie di allenatori, direttori sportivi, direttori generali che sono stati accostati alla Pro Patria prima ancora che la società fosse stata costituita. Nomi più disparati che, come dicevamo nel nostro pezzo precedente, il buonsenso fa sapere che nessuno di loro sarà della partita.
E poi c’è un altro aspetto che colpisce. Mentre attorno a Travagin si moltiplicano dichiarazioni, indiscrezioni e riflettori, chi oggi ha davvero il peso della responsabilità sulle spalle continua a mantenere un profilo basso. Il silenzio di Bassi, che per molti rappresenta il vero punto di riferimento e il leader della Pro Patria in questa delicata fase, viene spesso interpretato come assenza. Ma forse è esattamente il contrario.
Tutto questo a chi giova?
Forse il silenzio non è mancanza di lavoro. Forse è lavoro vero. Quello che si svolge lontano dalle telecamere, senza la necessità di alimentare quotidianamente il circuito delle dichiarazioni. In fondo, chi sta cercando una soluzione seria per il futuro di una società storica ha probabilmente più interesse a costruire che a raccontare.
Per questo molti tifosi ritengono che a Bassi vada riconosciuto un credito di fiducia e, soprattutto, la serenità necessaria per operare. Lasciarlo lavorare senza assedi mediatici potrebbe essere il contributo più utile in un momento in cui servono competenza, prudenza e responsabilità. Le trattative si chiudono con firme, garanzie e progetti, non con il numero di interviste rilasciate.
Il mondo Pro Patria oggi ha bisogno di rassicurazioni, pensiero positivo e ottimismo e quello che si è spesso raccontato ha ottenuto l’esatto contrario. Oggi abbiamo letto le parole di Travagin che parla di “gelo”, “stallo della trattativa”, “ritardi che stanno creando forti disagi” e “treni persi”. Lo stallo, negli scacchi, che tanto ama lo scrivente, ha un solo significato, ossia che la partita è finita pari e patta. Per cui, il buonsenso dice che la partita sia finita ed iniziata un’ altra. Per cui: nessun gelo, ritardo o treni persi, ma solo un cambio di rotta di chi ha il privilegio di muovere il bianco, anche se gli spetterebbero i neri. E‘ difficile da capire che il futuro della Pro Patria sarà con tutta probabilità non firmato da Travagin? No, dai, ce la possiamo fare!
E poi, solo un commento sulle parole di Travagin lette su www.ilbustese.it relativamente a questo passaggio :
Alla domanda sul perché abbia scelto proprio Busto Arsizio, Travagin non esita: «C’è un legame di lunga amicizia sportiva con Patrizia Testa. Mi ha espresso la sua stanchezza e la necessità di uscire dal club. Noi eravamo orientati a rilevare un club in Serie D e la retrocessione della Pro Patria ha creato questa opportunità, altrimenti in Serie C sarebbe stato molto più difficile».
Peccato che qui da Bassi all’ultimo dei tifosi sperano ancora in un ripescaggio in serie C. Se avvenisse cosa accadrebbe se la maggioranza reputa la serie C”molto più difficile da acquistare”?
Naturalmente raccontare una possibile acquisizione è doveroso. Fa parte del mestiere. Meno comprensibile appare trasformare ogni passaggio interlocutorio in un evento mediatico. Il rischio è quello di confondere la cronaca con la promozione involontaria, finendo per attribuire credibilità non sulla base dei risultati ma della quantità di spazio occupato.
Forse ciò che molti sostenitori della Pro Patria chiedono non è il silenzio, bensì una maggiore proporzione. Una stampa capace di mantenere il giusto equilibrio tra interesse e prudenza, tra curiosità e verifica, tra annunci e fatti. Perché le vetrine hanno valore quando espongono qualcosa che lo merita davvero.
E nel calcio, come nella vita, la reputazione migliore non si costruisce a colpi di titoli. Si conquista con i fatti. Possibilmente prima delle prime pagine. E, talvolta, anche attraverso un silenzio che vale molto più di cento interviste.
Flavio Vergani












