La Busto biancoblu si è svegliata in serie D. Chi vince festeggia e chi perde si giustifica, fa parte del contratto, ma questa volta serve realismo più che fatalismo.

Improponibile il gioco del “se” e dei “ma”

Qualcuno le prova tutte pur di scappare dalla realtà e sviare le colpe di chi le colpe le ha tutte, giocando al solito gioco dei se e dei ma. Se non avessimo perso al novantesimo a Lecco, se avessimo vinto a Caravaggio, se non avessimo sbagliato tutti quei rigori, se Alcibiade avesse segnato nella gara di ieri, una litania patetica che certifica quanta poca voglia ci sia di dire a chiare lettere che questa Pro Patria è stata per diverse giornate retrocessa senza playout in quanto staccata di più di otto punti dall’ quint’ultima. Che questa Pro Patria ha vinto 6 partite su 38 giocate, che questa Pro Patria ha vinto 4 partite su 19 in casa, che questa Pro Patria ha il penultimo attacco del girone con 32 reti fatte in 38 partite. Chi altro avrebbe dovuto retrocedere?

Pagelle da ripetenti

Avete visto le pagelle di ieri? Moltissime insufficienze, anche gravi come quel 4,5 ad Alcibiade. Una intera classe bocciata all’esame di maturità fa pensare. Nella partita più importante della stagione i tigrotti sono andati a fondo, seppur contro un modestissima Pro Vercelli, orfana per un tempo del suo bomber Comi. Non ci sembra il caso di tirare fuori i se e i ma. Se i presunti top player pezzano la partita in questo modo, figuriamoci gli altri. Palazzi e Toci alla seconda bocciatura consecutiva fanno pensare che non tutto succeda per caso.

La panchina dei giardinetti pubblici?

Piuttosto, avete visto la panchina tigrotta: Nicco, Palazzi, Cavalli e Barlocco. Serve andare avanti col discorso? Oppure, è già tutto chiaro? E’ tutto chiaro, sappiamo che è tutto chiaro.

Tutto in un attimo

Con i tre fischi dell’arbitro è sfumato in un attimo il valore della Primavera tre, sono sfumati i contratti lunghi che erano stati previsti per preservare il valore di presunti talenti che avrebbero potuto monetizzare le casse societarie, Mallamo e Pitou su tutti, ma forse i due più potenziali si chiamano Piran e Ferri, seppur una imbarazzante campagna invernale ( di rafforzamento?) ha fatto di tutto per mettere fuori dai giochi il primo per poi ripescarlo di fronte alla pochezza dello svincolato ingaggiato a mercato aperto ( altra perla della gestione di questa stagione).

Scusate, ma i se e i ma davvero non servono per spiegare quanto molto chiaro di suo.

Cinque allenatori invece di uno

Due allenatori con la patente ( Colombo e Caniato), uno senza come Sala, più due allenatori in stage come Fietta e Le Noci, non sono bastati per evitare una retrocessione che anche i pali avevano capito fosse probabile dopo le inopportune scelte estive. Anche qui, non ci sono se e non ci sono ma, ma solo la realtà dei fatti che dice che a Busto non si è fatto quello che sempre si fa quando le cose non girano. Ossia, cambio di guida tecnica e dello staff dell’allenatore uscente, con arrivo di un allenatore esperto, carismatico in grado di far svoltare. Certamente c’è un prezzo da pagare, ma per andare in giro in auto servono i soldi per il carburante, altrimenti esiste la bicicletta.

Il rischio giovani

Qualcuno faceva notare quanti giovani fossero presenti al “Piola” e quanto si corresse il rischio di perderli dopo questa ennesima delusione. Purtroppo, il rischio esiste e sarebbe davvero una perdita importante per una tifoseria sempre più “old”. Delusioni del genere incidono sulla credibilità del progetto che ha subito una spending review selvaggia per risparmiare qualche decina di migliaia di euro ma che ha fatto perdere un mare di gioventù sia in campo, sia fuori.

Si ripartirà dal “Bassi”?

A proposito di progetto, adesso cosa succede? A Vercelli i nuovi si sono paventati prima del match decisivo, a Busto si attende da mesi di capire chi possiede il famoso 49% che di per sè dice tutto e dice niente, in quanto trattasi comunque di una minoranza, seppur di alto valore percentuale. Il titolo dell’ipotetico pezzo è persino scontato, ma per ora serve un punto interrogativo che è grande come un grattacielo: “La Pro Patria ricomincia dal “Bassi”? Sarà davvero il braccio destro di Pagliuca all’Atalanta a sbarcare a Busto? Oppure, la retrocessione ha raffreddato le intenzioni. Se così non fosse, quali sono queste intenzioni? C’è molto da fare in casa Pro Patria visto che il progetto di Patrizia Testa è stato “under oriented” e quindi un progetto di campo più che di strutture. Un campo in sintetico, quando altrove ne hanno a decine, spogliatoi vecchi come me, settore giovanile non come obiettivo centrale, valore parco giocatori annullato, audience limitata a 600 persone peraltro con profilo senior, marketing commerciale ai minimi, marketing relazionale missing, relazione con gli steakholders assente. Ci sarebbe materiale per un libro dal titolo “gli otto motivi per non acquistare la Pro Patria”. La speranza è che ne manchino almeno un paio per aggiungere un’appendice in grado di spiegare i due motivi per farlo.

Pro Patria contagiosa

La Pro Patria ti tocca e ti contagia e fa piacere dire che, oltre i due amici di Arezzo”, il primo messaggio di solidarietà e vicinanza ricevuto ieri nel dopo retrocessione è stato quello di Domenico Citarella, uno che non c’entrava nulla con quelli che rappresentava e che è rimasto affascinato dai nostri colori. A lui il nostro grazie per un gesto che abbiamo molto apprezzato per la sua genuinità e veridicità.

Un’estate rovente

Sarà un’estate lunga e densa di avvenimenti, le macerie restituite da Vercelli dovranno essere smaltite in fretta e mostrato un progetto di ricostruzione credibile, anche nella sua normalità. L’importante sarà evitare l’ overpromising” e, come chiedeva il nostro Presidente Pellegatta portare rispetto per quei tifosi che anche ieri ci hanno creduto invadendo Vercelli. Ancora una volta ci hanno messo la faccia e i soldi senza ottenere soddisfazione, adesso la faccia ce la mettano chi ha la possibilità di ripagare questi supporter restituendogli quello che gli è stato tolto con una gestione fallimentare del risultato sportivo.

Ripescaggio?

300 mila euro a fondo perso per avere quello che c’era già e si è speso zero per mantenerlo? Non sembra un’equazione logica, anche se la speranza è l’ultima a morire

Flavio Vergani

 

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