La curva è un feudo della tifoseria di tutte le squadre. Un mondo separato che integra il resto dei tifosi mantenendo la sua autonomia. Gli Ultrà hanno i loro ideali, i loro pullman, il loro codice di comportamento, le loro regole che rendono unico il modo di supportare la squadra. Qualsiasi cosa accada loro è cosa loro, mai cercheranno supporto, sostegno, difesa o giustificazioni da nessuno. Nel bene e nel male. L’orgoglio ultrà non fa sconti, supporta e sopporta oltre il limite, ma quando è valicato non esiste negoziazione. Così, la morte di uno di loro, di quello Holligano che aveva tatuato il logo della Pro Patria sul braccio è stata prima sofferta nel silenzio e poi celebrata a modo loro, senza impedire a nessuno di aderire, ma con la chiara intenzione di far capire che prima di tutto era un lutto della famiglia e poi di tutti gli altri. Il cerimoniale è stato deciso dalla curva perchè doveva soddisfare quello che il loro amico avrebbe voluto. Così è stato, i cori e i canti sono stati “made in curva”, gli striscioni quelli che Holligano amava, il corteo dell’ultimo saluto quello che avrebbe voluto. C’erano tutti quelli che lui avrebbe voluto ci fossero, di chi non c’era per scelta Holligano se ne è fregato, forse avrà anche sorriso divertito. Gli assenti hanno sempre torto, di fronte alla morte servirebbe un passo indietro sempre e comunque, sarebbe bastata solo una manciata di coraggio, ma anche questa volta non lo si è trovato. Nessuno ha pianto per questo, tutti hanno pianto per Holligano, chi ha tatuato i nostri colori sulla pelle meriterebbe l’immortalità, ma non potendo garantirla giusto regalare il miglior saluto.
Flavio Vergani













