Per i presenti parlava il silenzio, per che non c’era parlava l’assenza.  Imbarazzante esserci, preoccupanti le assenze. Non erano le solite, ma di chi non ha mai perso una partita. L’Andrea, il Maurizio, l’Antonella e la Sveva. Cinzia aveva già mollato prima, quando la sua fedeltà ai colori di una vita era stata sbeffeggiata con i soliti modi spicci del qui è casa mia e qui comando io.

Non è stata una partita, ma il funerale della passione di chi, fino a ieri, aveva trovato la forza di sperare. Non è stato il funerale della categoria che ancora vive, nonostante le tre vittorie su trentacinque partite, le ventuno sconfitte in trentacinque partite, la peggior difesa ( 63 goal subiti, alla faccia di quel tale che voleva un attaccante in più e di chi glielo ha pure comprato per poi regalarlo in serie  D), il peggior attacco(27 reti segnate, nonostante l’ingaggio stratosferico di qualcuno). Sarebbe bastato ascoltare i “te l’avevo detto che…”dei tifosi, invece di intestardirsi sul “vedrete che….” dei tecnici recidivi in retrocessioni .  A quelli che non hanno resistito e nel dopo partita ci hanno chiesto “come è andata…”gli raccontiamo quello che abbiamo vissuto ieri pomeriggio.

Lo stadio respira piano, come un gigante stanco che ha smesso di sognare. Le sue gradinate, un tempo vive di colori e voci, ora si adagiano nel silenzio, immobili, quasi timorose di ricordare. Il vento attraversa i corridoi vuoti e porta con sé echi lontani: un coro spezzato, un’esultanza rimasta sospesa a mezz’aria, come una promessa mai mantenuta.

Il campo, disteso sotto un cielo indifferente, conserva ancora le cicatrici delle battaglie perdute. L’erba, calpestata e ricresciuta mille volte, sembra aver imparato la lezione della resa: non si oppone più, non si illude più. Ogni linea bianca è sbiadita come un ricordo troppo evocato, ogni porta è una bocca muta che non grida più al gol.

Qui, dove un tempo il cuore pulsava all’unisono con migliaia di altri, ora regna una quiete pesante, quasi sacra. Non è il silenzio della pace, ma quello della rassegnazione. È il silenzio di chi ha sperato troppo, troppo a lungo, e ha visto i sogni sgretolarsi partita dopo partita, stagione dopo stagione.

Le gradinate sembrano chinarsi verso il campo, come vecchi spettatori che non hanno più la forza di alzarsi. Ricordano tutto: le vittorie che accendevano la notte, i nomi urlati fino a perdere la voce, le bandiere che danzavano come fiamme. Ricordano anche le sconfitte, ma allora erano diverse: facevano male, sì, ma non spegnevano la fede.

Ora invece resta solo una nostalgia sottile, che si posa ovunque come polvere. Una nostalgia che non grida, non chiede, non pretende. Si limita a esistere, silenziosa, tra un seggiolino vuoto e l’altro, tra un cancello chiuso e una luce spenta troppo presto.

E lo stadio resta lì, testimone muto di ciò che è stato e di ciò che forse non tornerà. Aspetta, senza più aspettare davvero. Custodisce il passato come un segreto fragile, mentre il presente si dissolve in un silenzio che non ha bisogno di parole.

Perché a volte, anche i luoghi imparano a smettere di sperare.

Eppure, in questo silenzio che sembra definitivo, qualcosa resiste. È un filo sottilissimo, quasi invisibile, che si tende tra il passato e un futuro ancora incerto. È nella porta che scricchiola appena, come se attendesse di essere colpita di nuovo. È nell’erba che, nonostante tutto, continua a crescere, ostinata, verde contro ogni previsione.

Forse un giorno tornerà un passo leggero sul cemento, una voce isolata che rompe il vuoto, un applauso timido che non sa ancora se credere in se stesso. Forse le gradinate si solleveranno appena, curiose, diffidenti, ma vive. Non sarà un’esplosione, non subito. Sarà un inizio fragile, imperfetto, quasi impercettibile.

Lo stadio lo sa, anche se non osa dirlo. Nel suo silenzio non c’è solo resa: c’è attesa. Un’attesa cauta, ferita, ma ancora capace di immaginare.

Perché anche nei luoghi che sembrano aver smesso di sperare, a volte resta una luce minima, ostinata, che rifiuta di spegnersi del tutto.

Flavio Vergani

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