Per le nostre generazioni — quella dei Giovanni Pellegatta, dei Lele Magni, dei Roberto Centenaro, dei Gianni Rigon, dei Mauro  De Bernardi, degli Alberto Vanetti, dei Maurizio Lualdi, dei Maurizio Gombini, degli Ivo Crosta e di tutti quelli che seguono la Pro Patria da quarant’anni, cinquanta o forse da una vita intera — quello che sta accadendo oggi potrebbe essere molto più importante di quanto si sia percepito fino a ieri.

Potrebbe essere l’ultimo treno.

L’ultimo treno di questa generazione per provare a sognare davvero in grande. Per provare a vedere la Pro Patria non soltanto sopravvivere, ma tornare finalmente a pensare a categorie superiori, alla Serie B, a un progetto capace di restituire entusiasmo e ambizione a una città che da troppo tempo ha imparato ad accontentarsi.

Perché è difficile immaginare un nuovo allineamento di pianeti come quello che oggi potrebbe portare a Busto Arsizio un bustocco, come Luca Bassi, con la Pro Patria nel sangue, un manager di livello worldwide, con un potenziale economico importante, ma soprattutto con il carisma del leader vero: quello che sa costruire relazioni, coinvolgere persone, aprire porte e aggregare energie grazie alla propria reputation, alla propria credibilità e, soprattutto, a una visione.

Ma sarebbe riduttivo raccontare questa storia come quella di un uomo solo.

La vera forza del progetto Luca Bassi è anche il team che ha saputo costruire intorno a sé. Una squadra nella squadra, fatta di persone diverse per storia, competenze e caratteristiche, ma accomunate dalla stessa idea: provare a riportare la Pro Patria dentro una dimensione che non sia più soltanto quella della sopravvivenza.

A partire dalla presidente Rosanna Zema, bustocca e tifosa, una figura che incarna un elemento fondamentale: il legame autentico con la città e con quei colori. Perché avere la Pro Patria nel cuore non è un dettaglio quando si prova a costruire qualcosa che vuole parlare a un’intera comunità.

Poi c’è il talento di Giovanni Giovanditti, gioventù,  energia e capacità che possono rappresentare uno degli elementi distintivi di questo nuovo corso.

C’è Raffaele Ferrara, sempre affidabile, uno di quelli che parlano poco e preferiscono far parlare i fatti. Una qualità preziosa in un mondo nel quale spesso le parole arrivano prima dei risultati.

E poi c’è Roberto Simonini, che appare come il vero motore pulsante di questo progetto. Il suo entusiasmo, unito all’esperienza maturata negli anni, rappresenta una benzina fondamentale per trasformare un’idea in un percorso concreto. Perché i progetti, per diventare realtà, hanno bisogno di persone capaci di crederci prima ancora che gli altri inizino a farlo.

Ci sono poi i soci di Estrella, e anche qui il valore non è soltanto economico. Il loro curriculum porta dentro il progetto un patrimonio di esperienze, competenze e relazioni di altissimo livello. È quella dimensione professionale che può consentire alla Pro Patria di guardare oltre i confini abituali, contaminandosi con mondi, conoscenze e modalità operative differenti.

C’è quel Fraschini il cui job title parla di direzione generale che ha stupito in quel di Sesto San Giovanni che rappresenta una risorsa tutta da scoprire.

E poi…c’è lui: Walter Sabatini il cui valore viene percepito prima ancora che si conosca il suo ruolo. Un nome che non ha bisogno di presentazioni e che davvero di fatica a credere che sia tornato a Busto dopo aver raccolto successi senza confini ovunque sia stato come dirigente. Un vero e proprio top player che in serie D nessuno si è mai permesso di concedersi.

E poi, ma non ultimi, ci sono loro. Quelli che magari non finiscono sui giornali, che non vengono fotografati alle presentazioni, che non fanno titoli e non hanno bisogno di riflettori.

Sono le persone che lavorano quotidianamente nel day by day, sul campo e dietro le scrivanie. Quelli che organizzano, programmano, risolvono problemi, preparano, controllano, coordinano. Quelli che fanno in modo che ai calciatori non manchi nulla e che ogni dettaglio necessario alla costruzione di una squadra venga curato.

Sono il tessuto invisibile che rende possibile il sogno.

Perché un progetto ambizioso non vive soltanto delle grandi intuizioni di chi lo guida. Vive della capacità di centinaia di piccoli ingranaggi di funzionare insieme ogni giorno.

Ed è proprio questa, forse, la differenza più importante rispetto al passato: non soltanto una persona che investe, ma una squadra di persone che costruisce.

Luca Bassi, certamente, non arriva senza una storia alle spalle.

Le due retrocessioni consecutive avevano lasciato interrogativi, delusioni e qualche ferita. Anche se sarebbe ingeneroso e semplicistico attribuirle esclusivamente a lui, quelle stagioni hanno inevitabilmente pesato sulla percezione del suo percorso. Qualcosa, però, oggi sembra essere cambiato.

Liberatosi da una maggioranza che evidentemente non era sinergica con il suo modo di pensare e di intendere il calcio, Bassi ha cambiato marcia. Ha acceso i motori, ha dato fuoco alle polveri e sembra aver deciso di mettere sul tavolo tutto ciò che ha: competenze, relazioni, credibilità, risorse e soprattutto una visione.

Ma soprattutto ha costruito una squadra capace di dare gambe a quella visione.

Adesso sarà il progetto a parlare.

E sarà il progetto a dirci se questa generazione potrà ancora permettersi di aspirare a qualcosa di più grande.

Perché negli ultimi dieci anni la Pro Patria ha certamente avuto il merito di restare in vita. Ma vivere non è la stessa cosa che crescere.

Le ambizioni sono state progressivamente sterilizzate in cambio della sopravvivenza. Si è amministrato, mantenuto, conservato. Ma troppo poco si è investito, costruito, innovato. La normalità è diventata l’obiettivo e, quando la normalità diventa l’obiettivo di una società di calcio, inevitabilmente finisce per diventare anche il suo limite.

Non è un caso che qualche giocatore tornato a Busto in questi mesi abbia raccontato di aver trovato lo stadio esattamente come lo aveva lasciato dieci anni fa.

Dieci anni. Nel calcio sono un’eternità.

Dieci anni nei quali il mondo è cambiato, il calcio è cambiato, il modo di comunicare è cambiato, il modo di fare impresa sportiva è cambiato. E noi siamo rimasti troppo spesso fermi a guardare.

Ecco perché oggi non possiamo permetterci di guardare ancora. Non sappiamo dove porterà il progetto di Luca Bassi. Nessuno può garantire che arriveranno la Serie B, i grandi risultati o le stagioni memorabili. Nel calcio non esistono garanzie. Ma esistono le opportunità.

E questa, probabilmente, è una di quelle che non capita spesso.

Forse è davvero l’ultimo grande allineamento di pianeti che questa generazione avrà davanti agli occhi. Un uomo di Busto, con la Pro Patria nel cuore, che dispone di una rete di relazioni e di una dimensione manageriale difficilmente replicabile, che sembra avere la volontà di mettere in campo una visione diversa da quella della semplice sopravvivenza.

E attorno a lui una squadra di persone che, per competenze, esperienza, entusiasmo e appartenenza, può dare sostanza a quella visione.

Sarebbe un errore imperdonabile non accorgersene. E sarebbe ancora più grave continuare a giudicare il futuro esclusivamente attraverso gli errori del passato.

Ora è il momento di cambiare mentalità. Di crederci. Di sostenere il progetto, senza trasformare il sostegno in un assegno in bianco, ma comprendendo che un progetto ambizioso ha bisogno anche di una comunità ambiziosa intorno a sé.

Perché anche la tifoseria dovrà alzare il proprio livello. Dovrà meritarsi un ruolo da protagonista.

Una società che vuole crescere ha bisogno di uno stadio vivo, di una città partecipe, di una tifoseria capace di trascinare e non soltanto di giudicare. Ha bisogno di persone disposte a mettere energia, idee, entusiasmo e appartenenza dentro un percorso che non può essere delegato soltanto a chi sta dentro gli uffici o sul campo.

La Pro Patria non può più essere soltanto qualcosa da difendere. Deve tornare a essere qualcosa da desiderare.

E forse, per quelli della nostra generazione, questa è davvero l’ultima occasione per poter raccontare un giorno di esserci stati quando tutto è cominciato.

Quando un bustocco ha deciso di provarci davvero. Quando, dopo anni di sopravvivenza, qualcuno ha avuto il coraggio di parlare nuovamente di futuro.

Quando attorno a quell’idea si è riunita una squadra di persone capaci di trasformare una visione in un progetto.

Quando il sogno ha smesso di sembrare una fantasia nostalgica ed è tornato a essere un obiettivo. Non sappiamo se questo treno arriverà a destinazione. Ma sappiamo che sta passando.

E questa volta sarebbe un peccato lasciarlo andare senza essere saliti.

Perché magari non è soltanto l’ultimo treno della nostra generazione. È il primo di una nuova Pro Patria.

Crederci è d’obbligo, riempire lo “Speroni” un ordine

Flavio Vergani

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