Troppo entusiasmo intorno alla Pro Patria da parte nostra?

Qualcuno lo lascia capire in filigrana, qualcuno magari storce il naso senza dirlo apertamente. E poi c’è l’amico giornalista Alberto Brambilla che, come sempre, non fa troppi giri di parole:

«Quanto ottimismo… spero che la società ti paghi per tutto questo supporto».

No, Alberto, non ci paga. Anzi, fino a ieri abbiamo pagato noi.

E allora la domanda è semplice: è una colpa, o addirittura un peccato, goderci questo momento? Non per una strategia studiata a tavolino, non per scelta editoriale, ma semplicemente per istinto. Per passione. Perché quando ami qualcosa, a volte non riesci a fare diversamente.

È colpa di qualcuno se abbiamo sempre creduto in Luca Bassi? Anche quando qualcuno ha avuto il coraggio di dire che «nemmeno ha i soldi per iscrivere la squadra»? Anche quando, secondo altri, in fondo in fondo c’erano soluzioni migliori, progetti più affidabili, strade più sicure?

Oggi, però, la squadra è iscritta. E non solo.

Sono avanzati anche i soldi per portare a Busto giocatori come Nanni, Forchignone, Bianchini, Morrone. E altri ancora stanno arrivando. La squadra ha vinto quattro partite su quattro, dopo averne vinte, nel recente passato, poco più di così in due campionati.

E allora sì, oggi ci permettiamo di manifestare la nostra approvazione. Significa forse che abbiamo già vinto il campionato? Assolutamente no.

Significa che siamo destinati a vivere una stagione senza problemi? Nemmeno per sogno.

Il calcio ci ha insegnato troppe volte che l’entusiasmo di agosto può trasformarsi nelle preoccupazioni di novembre e nelle arrabbiature di febbraio. Sappiamo benissimo che arriveranno le sconfitte, le prestazioni che non ci piaceranno, le discussioni, le insoddisfazioni, i dubbi sul campo e fuori dal campo.

Prima o poi saremo qui anche a scrivere di quello.

Ma oggi? Oggi ci godiamo il momento.

Perché l’aria è cambiata. E si sente. Molto è stato fatto e molto altro, soprattutto, sembra essere nelle intenzioni di fare. Ed è questo che accende il nostro ottimismo e scatena il nostro entusiasmo. Senza dimenticare, naturalmente, che i campionati non si vincono ad agosto e che anche in altre piazze si sta lavorando bene, forse bene quanto a Busto.

Ma una domanda, permettetecela.

Tutti questi abbonamenti non sono forse un segnale di ottimismo? Di fiducia? Di credibilità di un progetto?

Oppure sono soltanto tifosi attirati dal prezzo basso?

Probabilmente c’è un po’ di tutto. Ma ridurre tutto al costo dell’abbonamento sarebbe ingeneroso. Perché per spendere anche solo venti euro bisogna comunque avere voglia di crederci. Bisogna avere voglia di tornare allo stadio. Bisogna avere voglia di sentirsi parte di qualcosa.

Insomma, a quanto pare, siamo in buona compagnia.

Anche se il Lupidi continua ad avere qualche dubbio e sostiene che siamo andati «così così».

E va benissimo. Intanto abbiamo vinto anche col «così così». E nel frattempo abbiamo cominciato a vedere chi sono Bianchini e Baraye. Aspettiamo di vedere chi sarà l’attaccante e poi, forse, capiremo davvero dove possiamo arrivare.

Capiremo se ci siamo. Questa volta.

Non come la volta precedente, quando le abbiamo prese praticamente tutte, nonostante qualcuno continuasse a dirci che eravamo troppo pessimisti. Che vedevamo tutto nero. Che bisognava essere più positivi.

E allora forse sì: siamo colpevoli di vivere agli estremi. Quando va male soffriamo troppo. Quando va bene gioiamo troppo.

Ma, sinceramente, stare nella media ci piace poco.

Perché quando si retrocede la delusione è enorme. E quando si vince, se non sei capace di gioire fino in fondo, allora che senso ha tutto questo?

La passione non conosce la moderazione. A proposito di crescita: cresce la società, cresce la squadra, ma devono crescere anche i tifosi.

Magari evitando, il 30 di agosto, di rognare contro qualche tigrotto arrivato tardi. Ha la sua età, magari ha bisogno di un po’ più di tempo per rimettersi in riga, per ritrovare la condizione, per entrare nei meccanismi.

Il suo valore, però, dovrebbe essere fuori discussione. Il curriculum parla per lui. Per cui, magari, proviamo ad avere un po’ di pazienza.

Perché se è vero che dobbiamo imparare a non esaltarci troppo dopo quattro vittorie, è altrettanto vero che non possiamo nemmeno trasformare ogni difficoltà, ogni ritardo, ogni prestazione non perfetta in una sentenza definitiva.

Non è che uno, improvvisamente, diventa una pippa. O, per dirla come piace a noi: nemmeno lui è un “sega”.

Godiamoci il momento, dunque. Con gli occhi aperti, con i piedi per terra, ma con il cuore che batte forte. Perché dopo tutto quello che abbiamo passato, forse un po’ di entusiasmo ce lo siamo meritato.

E se questo è un peccato, allora, almeno per oggi, siamo felici di essere colpevoli.

Flavio Vergani

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