
I tifosi della Pro Patria hanno conosciuto da vicino il mondo Varesina la scorsa estate, quando sembrava possibile che la famiglia Di Caro potesse rilevare le quote di maggioranza dei tigrotti.
Fu, per molti, una sorta di viaggio dentro una realtà diversa. Un mondo sportivo costruito con grande attenzione, fatto di impianti numerosi e moderni, campi ben tenuti, cura quasi maniacale del settore giovanile e una capacità riconosciuta di valorizzare ragazzi destinati poi a categorie superiori. Un percorso nel quale ha avuto un ruolo importante anche Raffaele Ferrara, oggi direttore della Pro Patria.
Ma Varesina non è soltanto calcio. È anche un modello di organizzazione degli spazi: il bar, l’area feste, gli ambienti pensati per vivere lo sport anche prima e dopo la partita, la cura dei particolari. Persino gli elementi decorativi, come le riproduzioni floreali ispirate al brand societario, raccontano una certa attenzione all’estetica e all’identità.
Insomma, per usare una metafora, un’erba decisamente più verde rispetto a quella dello Speroni, dove gli impianti sportivi non rappresentano certamente uno degli asset principali e dove il bar dello stadio è da tempo uno dei punti più delicati per chi vorrebbe trasformare la partita anche in qualche ora piacevole da trascorrere in compagnia.
Quella dimensione fece innamorare parecchi tifosi bustocchi. Il “quasi”, però, è doveroso: qualcuno osservò fin dall’inizio che un modello perfetto per Venegono non necessariamente sarebbe stato altrettanto adatto a una piazza come Busto Arsizio, con la sua storia, le sue dimensioni e le sue ambizioni.
La prima, vera delusione arrivò quando i possibili nuovi dirigenti fecero sapere, attraverso un’interposta persona, la loro indisponibilità a finanziare il cosiddetto fondo a perdere necessario per partecipare alla domanda di ripescaggio. Una scelta che, inevitabilmente, entrò in contrasto con l’ambizione di una parte della tifoseria bustocca di tornare immediatamente tra i professionisti.
Ieri, però, i tifosi presenti a Venegono hanno avuto modo di vedere nuovamente da vicino il lavoro costruito dalla Varesina.
Campi in abbondanza e ben tenuti, spazi ordinati, un’area feste che potrebbe essere perfetta per celebrare una promozione, ma anche per ospitare eventi collaterali. Su questo bisogna essere onesti: tanto di cappello. C’è una progettualità che merita di essere riconosciuta.
E proprio per questo viene quasi spontaneo chiedersi se non si possa fare qualche ultimo piccolo passo che eviti la delusione per quanto visto subito dopo.Perché, dopo aver ammirato tutto quello che c’è fuori dal campo, arriva una sorpresa decisamente meno piacevole quando ci si accorge che non esiste una tribuna stampa, Fatto che spiega l’assenza totale dell’accredito cartaceo che generalmente funziona da “pass” di entrata. Non neghiamo un attimo di disorientamento quando la gentilissima signora seduta dietro il tavolino posto all’ingresso del settore tribuna ha autorizzato l’accesso “libero”, tanto che abbiamo ingenuamente chiesto se “possiamo entrare così?”, ricevendone conferma verbale .
Niente di particolarmente pretenzioso: nessuna richiesta di una tribuna stampa “premium”, nessun lusso. Semplicemente i servizi basilari per chi deve lavorare durante una partita: un appoggio adeguato per il computer e, soprattutto, una presa di corrente
Ieri, per garantire l’alimentazione delle apparecchiature, si è dovuto ricorrere a una lunga prolunga.
È un dettaglio? Certamente sì. Ma sono proprio i dettagli che, spesso, fanno la differenza quando si costruisce un impianto con tanta attenzione.
Durante la partita, un simpatico ed educato signore che ha seguito l’incontro vicino al sempre ben ricordato Mario Belluzzo ci ha detto una frase che, al di là della battuta, contiene una riflessione interessante:
«La Pro Patria è fuori luogo. Deve giocare con il Vicenza, con il Brescia, non a Venegono».
Forse è una pretesa che va oltre le necessità dell’attuale categoria. Forse sì. Ma il concetto di fondo merita comunque di essere ascoltato.
Perché se una realtà come Varesina ha costruito attorno al calcio un contesto così ricco, curato e funzionale, perché non completarlo anche nei servizi più semplici destinati a chi arriva allo stadio per lavorare? Ci fosse il ferro fuori dallo stadio il problema nemmeno si porrebbe, ma essendoci l’oro perchè non dorare anche l’interno dello stadio?
Non è una bocciatura, tutt’altro. Averne di società cone la Varesina, questo sia chiaro.
Diciamo che è un complimento al contrario: quando il contorno è così bello, ci si accorge ancora di più delle piccole cose che mancano.
E magari la prossima volta, oltre ai campi perfetti, all’area feste e alle attenzioni floreali, troveremo anche una presa di corrente che renderebbe perfetto lo scenario.
Perché, in fondo, per fare sentire davvero “a casa” chi arriva allo stadio, a volte basta davvero poco.
Flavio Vergani












