1. “Non è successo niente”. Vero. Ma non facciamo finta che non sia successo niente

Come ha detto lo speaker a fine partita, “non è successo niente”. Ed è vero. Una sconfitta non cancella quanto fatto nelle settimane precedenti, non modifica il valore della squadra e non deve certamente trasformarsi in un dramma.

Ma attenzione: non è successo niente non significa che non sia successo nulla da analizzare. Le sconfitte servono proprio a questo: analizzare, fare autocritica, porsi domande e cercare risposte in un’ottica di miglioramento continuo. Se la Pro Patria avesse vinto, oggi saremmo probabilmente qui a parlare della trasferta di Venegono con la tranquillità di chi ha consolidato le proprie certezze, magari pensando che la pratica Solbiatese fosse soltanto una formalità, come molti si aspettavano.

Non è andata così. E allora è obbligatorio chiedersi perché e, soprattutto, capire cosa si può migliorare.

Troppo semplicistico sarebbe liquidare tutto dicendo che la Pro Patria è stata sfortunata o che il portiere avversario ha parato tutto. Ha certamente fatto bene, ma l’intervento più complicato è arrivato su un’azione già segnalata in fuorigioco. Il problema, probabilmente, è stato soprattutto nell’approccio. Un rischio che conosciamo e che era già stato evidenziato. Perché a volte alla testa non si comanda.


2. Mal comune, mezzo gaudio: anche Bisoli parla dello stesso rischio

Ed è curioso, ma significativo, che lo stesso tema emerga nell’intervista a mister Bisoli della Pistoiese, che merita di essere ascoltata proprio per i contenuti affrontati Clicca qui per vedere l’intervista a Bisoli

Il tecnico arancione ha perfettamente chiaro il rischio legato all’approccio e dice, in sostanza, che quando vede che l’atteggiamento non è quello giusto interviene immediatamente, arrivando a cambiare i giocatori o, provocatoriamente, a mandare in campo la Berretti, cioè la Juniores.

Insomma, mal comune mezzo gaudio. Il problema dell’approccio non riguarda soltanto la Pro Patria. Ma proprio perché è un rischio conosciuto, diventa ancora più interessante capire come prevenirlo.


3. Gli under: la coperta, soprattutto dietro, è davvero corta

Veniamo agli aspetti tattici e partiamo da un tema fondamentale di questo campionato: gli under.

Sono determinanti perché almeno tre ruoli devono essere occupati obbligatoriamente da giovani e la Pro Patria ha costruito una parte importante del proprio progetto attingendo dalla Primavera vincente dello scorso anno e inserendo alcuni ragazzi provenienti dall’esterno.

Le gerarchie, al momento, sembrano abbastanza definite.

Portiere, difensore ed esterno destro.

Gentile si è conquistato il posto, mentre il ritorno di Bonaidi dalla nazionale del suo Paese garantisce una soluzione affidabile nel ruolo. Anche in porta esiste un rincalzo di valore.

Qualche preoccupazione in più, invece, riguarda il ruolo del difensore under.

E qui bisogna fare una distinzione fondamentale: non stiamo parlando del valore di Aliata, che è incappato in un errore che chiunque avrebbe potuto commettere.

Parliamo dell’assortimento della rosa.

Se Aliata dovesse avere bisogno di un turno di riposo per squalifica o infortunio, oppure fosse necessario sostituirlo durante una partita, oggi non sembra esserci una vera alternativa under già inserita stabilmente nelle rotazioni nello stesso ruolo.

Verre, che teoricamente potrebbe rappresentare una soluzione, non è ancora entrato nelle rotazioni.

E quindi, per effettuare un cambio, bisogna di fatto farne due.

Inserire Allasufi a centrocampo, rinunciando a un big con conseguente perdita di qualità — Morrone o Bianchini — e contemporaneamente inserire un over in difesa.

Non è semplicemente “esce uno, entra l’altro”.


4. L’attacco non può essere il salvadanaio degli under

Davanti il discorso appare ancora più complesso. La rosa offensiva ha una qualità tale da rendere difficile immaginare di sacrificare uno tra Barranco, Maistrello, Forchignone, Baraye e Nanni per fare spazio a un under.

Frattini, tra l’altro, da qualche giornata non è nemmeno in panchina. La masnada di giovani provenienti dalla Juniores, fino a oggi, ha quindi garantito pochissime rotazioni.

Di fatto abbiamo visto soprattutto la coppia Aliata-Gentile, con qualche impiego di Allasufi.

E sia chiaro: non abbiamo assolutamente nulla da insegnare alla coppia Giovanditti-Ferrara, che conosce perfettamente il progetto tecnico e le proprie esigenze.

Ma esiste un dato oggettivo che vale la pena evidenziare: la coperta degli under in difesa è corta. E una coperta corta obbliga inevitabilmente a soluzioni tattiche più complesse.

Domanda, ma Primavera a parte, prenderne uno forte altrove?


5. Il piano B: quando gli scacchi diventano importanti

Nell’intervista a Bisoli emerge poi un altro tema molto interessante: il piano B.

Le squadre di vertice non possono permettersi di essere completamente leggibili.

Se gli avversari studiano le partite precedenti, individuano automatismi, movimenti e soluzioni e preparano le contromosse, avere una seconda soluzione organizzata può diventare un’arma importante.

Visto che ieri eravamo in modalità scacchi, potremmo dire: ogni tanto non sarebbe male pensare a un’apertura francese quando tutti si aspettano quella dei quattro cavalli.

Non per cambiare identità, ma per modificare il quadro tattico e disorientare chi ci studia.

Ieri, quando è stato provato l’assetto con due punte pesanti, la squadra è sembrata meno ordinata, quasi in confusione e soprattutto priva di quella organizzazione di gioco che finora aveva rappresentato una delle caratteristiche più evidenti della Pro Patria.

È sembrata mancare un’alternativa organizzata.

Al suo posto è comparso un tentativo più creativo, affidato soprattutto alle qualità dei singoli.

Ecco il punto: la metamorfosi deve essere preparata.

Perché avere un piano B non significa improvvisarlo quando il piano A non funziona. Significa averlo allenato prima.


6. Gli spettatori: 892? Qui qualcosa non torna

Mister Zironelli ha detto di essere dispiaciuto di aver perso davanti a un pubblico numeroso.

Ed è probabilmente una delle poche cose che possiamo considerare una costante della storia recente della Pro Patria: riuscire a perdere proprio quando arriva più gente.

Ma proprio il dato del pubblico comunicato dalla società lascia qualche perplessità.

892 presenti.

Davvero?

Con 1.322 abbonati, ai quali vanno aggiunti i biglietti venduti, con un colpo d’occhio dello stadio che ormai è conosciuto da chi frequenta lo Speroni da anni, è difficile conciliare quel numero con ciò che si è visto.

Lo hanno segnalato anche diversi tifosi sui social. E qui non è una questione di voler contestare un numero per partito preso. È una questione di reputation e marketing.

Perché i numeri fanno marketing.

Uno sponsor non guarda soltanto il risultato della partita. Guarda la platea, il pubblico, la capacità del progetto di generare attenzione e, soprattutto, i prospect, cioè quelle persone che oggi osservano da fuori e domani potrebbero diventare clienti, partner o sostenitori.

Se oggi comunichiamo 1.322 abbonati e domani comunichiamo 892 presenze, con la Serie A ferma, una domenica alle 15, una temperatura ideale e uno stadio che visivamente sembrava tutt’altro che vuoto, il messaggio rischia di diventare misleading.

I numeri sono una cosa. I dati sono un’altra. I primi si riportano, i secondi si interpretano. E allora sarebbe interessante capire cosa significhi esattamente “892 ingressi”: spettatori effettivamente presenti? Ingressi conteggiati con un criterio particolare?Oppure, semplice refuso da rettificare?

Perché se il dato è corretto, va semplicemente spiegato. L’importante è che la somma reale racconti la crescita del progetto e non finisca per fotografare una realtà più piccola di quella che effettivamente esiste.


7. Il botteghino: il customer care è parte dello spettacolo

Ultimo punto, ma tutt’altro che secondario: l’ingresso allo stadio. Ai botteghini non è andato tutto benissimo. Tempi lunghi, ritardi e qualche disagio per chi doveva entrare.

Ed è proprio qui che bisogna ricordarsi una cosa fondamentale: il customer care è la base della relationship con il cliente.

La partita comincia prima del fischio d’inizio. Comincia dal parcheggio, dal biglietto, dal controllo, dall’ingresso, dall’accoglienza.

Il welcome deve essere esemplare.

Serve un fast check-in, personale adeguatamente formato e un’organizzazione che non lasci nulla al caso.

Su questo non dovrebbe esistere una spending review: quando si parla di accoglienza, investire nell’esperienza del cliente significa investire nel progetto.

E il modello dovrebbe essere chiaro:

  • ingresso rapido;
  • accoglienza ordinata;
  • spettacolo in campo;
  • servizi al cliente di qualità;
  • aree di competenza rispettate ( i checkers che ci stanno a fare?)
  • drink & food con un’offerta varia e sostenibile;
  • comunicazione dello speaker chiara e percepibile;
  • servizi igienici puliti e ordinati;
  • personale presente e riconoscibile.

Sul penultimo punto, per esempio, è giusto sottolineare le segnalazioni molto positive arrivate dai servizi igienici  distinti centrali dedicati alle donne, apprezzati dall’utenza per pulizia e ordine con rating 5 stelle.

Sono dettagli? No.

Sono esattamente i dettagli che costruiscono la percezione di un progetto.


8. Non è successo niente. Ma qualcosa possiamo imparare

La sconfitta con la Solbiatese non cambia il valore del percorso fatto fin qui. Ma può essere utile proprio perché interrompe, almeno per una domenica, la sensazione di invincibilità.

Ci costringe a guardarci allo specchio.

A chiederci se l’approccio sia stato quello giusto, se esista un piano B sufficientemente strutturato, se la rosa abbia tutte le coperture necessarie negli slot under e se l’esperienza allo Speroni sia davvero all’altezza della crescita che vogliamo raccontare.

Non è successo niente. Benissimo.

Ma se vogliamo continuare a crescere, facciamo in modo che qualcosa sia successo dentro la nostra capacità di analizzare, correggere e migliorare.

Perché una squadra ambiziosa non è quella che non perde mai.

È quella che, quando perde, capisce perché.

Flavio Vergani

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